mercoledì 26 dicembre 2007

Welby ha cambiato gli italiani, non ancora i politici

Welby ha cambiato gli italiani, non ancora i politici

Il Riformista del 19 gennaio 2007, pag. 3

di Anna Meldolesi

Piergiorgio Welby sarebbe contento di leggere i dati dif­fusi ieri dall'Eurispes, nel rap­porto intitolato «Il paradiso può attendere? Gli italiani di fronte al testamento biologi­co, l'accanimento terapeutico e l'eutanasia». Nel paese infat­ti si registra un boom di con­sensi per il rispetto dell'auto­determinazione dei pazienti, anche quando questo significa arrendersi alla morte.



Da quando Eurispes ha po­sto per la prima volta agli italia­ni delle domande sulle decisioni di fine vita, 20 anni fa, i sosteni­tori di un approccio aperto e ri­spettoso della libertà individuale sono andati via via crescendo. Ma nell'ultimo anno l'aumento è stato drammatico:più 26%. Le interviste sono state condotte proprio tra novembre e dicem­bre del 2006 e il salto si spiega, evidentemente, con l'effetto Welby. Fatto sta che nella schie­ra degli aperturisti, che non si spaventano neppure di fronte alla parola eutanasia, ora com­pare il 68% degli intervistati, quasi sette italiani su dieci.



Ai numeri però bisogna ag­giungere qualche chiosa, pro­prio perché Eurispes incasella il dato con l'etichetta "eutanasia" e così facendo offre il fianco a qualche seria critica. Il dibattito degli ultimi mesi, infatti, ha avu­to come epicentro la distinzione tra eutanasia vera e propria (in­tesa come intervento attivo per procurare la morte, che per il nostro ordinamento giuridico è reato) e rifiuto di un trattamen­to medico salvavita come la re­spirazione artificiale (che è un diritto garantito dalla Costitu­zione). La formulazione della domanda non scioglie questa ambiguità perché il campione è stato interrogato riguardo alla «possibilità di concludere la vita di un'altra persona su sua richie­sta allo scopo di diminuire le sof­ferenze negli ultimi momenti della vita». La confusione, poi, aumenta se si tiene conto del fatto che il campione si è spacca­to a metà sulla scelta olandese di legalizzare l'eutanasia infantile: qui davvero le risposte affermative appaiono troppo numerose per essere informate e consape­voli. Nel complesso, quindi, sarà bene non cadere nel tranello di credere che la popolazione ita­liana sia su posizioni tanto avanzate o estreme - dipende dai punti di vista - da avvicinare Ro­ma ad Amsterdam.



La confusione terminologica, comunque, non oscura il dato di fondo: il caso Welby ha innescato una tendenza di massa, che si traduce in una propensione ge­neralizzata a sbilanciarsi dalla parte della libertà piuttosto che da quella dei divieti. Dovremo aspettare l'anno prossimo per sa­pere in quale misura questa bol­la è destinata a sgonfiarsi. I semi che sono stati piantati da Welby e dall'associazione Coscioni dovranno continuare a essere an­naffiati, certo. Intanto però chi ha combattuto questa battaglia civile e politica ha un bel successo statistico da festeggiare.


Anche Ignazio Marino, chiamato a commentare i dati Eurispes, ha espresso soddisfa­zione per ciò che lo riguarda più da vicino. La commissione sa­nità del Senato sta per termina­re le audizioni e presto dovrà presentare la sua proposta di legge sul testamento biologico. A quanto pare gli italiani hanno capito bene di cosa si tratta (84%) e tre persone su quattro sono favorevoli all'approvazio­ne di una norma che consenta di stabilire in anticipo i trattamen­ti a cui ciascuno vuole o non vuole essere sottoposto, nell'e­ventualità di non potersi più esprimere nel momento del bi­sogno. Questa convinzione è particolarmente radicata nell'a­rea di sinistra e centrosinistra (83,8%), ma è comunque mag­gioritaria anche nel centro (66,4%) e tra gli elettori di de­stra e centrodestra (69,6%). Marino si è detto contento an­che per il sostegno dimostrato dagli italiani all'introduzione della figura del fiduciario (coniuge, compagno o amico che sia), scelto dal paziente per in­terpretare le sue volontà antici­pate. Forse si tratta di un soste­gno persino eccessivo, visto che il campione da al parere delle persone care un peso equivalen­te a quello delle volontà del ma­lato. Ma non è il caso di andare troppo per il sottile: il punto è che, anche per il testamento bio­logico, si registra un segnale tra­sversale di apertura. E proprio su questo tema, dunque, che nel breve termine sarà possibile mi­surare la distanza ormai prover­biale che separa l'opinione pub­blica dai suoi rappresentanti in Parlamento. La linea Maginot passa per casi come quelli di Eluana Englaro e Terri Schiavo, pazienti in stato vegetativo per­manente il cui destino è appeso al tubo per la nutrizione artificiale. Per il campione Eurispes l'interruzione dei trattamenti che tengono «in una condizione di vita biologica un paziente in coma irreversibile» rappresenta una scelta corretta se rispecchia la volontà espressa dal paziente (48,7%) e se risparmia inutili sofferenze (28,6%). Ma per po­ter inserire la nutrizione artifi­ciale fra i trattamenti che il pa­ziente può rifiutare compilando le sue volontà anticipate biso­gnerà superare le resistenze di teodem e teocon. Il rischio è che le divergenze sui nodi cruciali svuotino la legge o la facciano deragliare. Sarebbe la solita anomalia nazionale, quella specie di maledizione che si accani­sce sui temi "eticamente sensibili". Gli italiani, a dar retta ai son­daggi, hanno un atteggiamento aperto, liberale e persino scienti­sta, sulla fecondazione assistita come sulle cellule staminali em­brionali e persino sugli Ogm che oggi non hanno alcuna sponda politica nel paese (Eurobaro­metro, luglio 2006). Ma poi ci troviamo con la legge 40 e la ri­cerca biotech bloccata. Sarebbe in gran parte merito di Welby e di Marino se questa storia do­vesse finire diversamente.

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