domenica 23 dicembre 2007

Nuovi diritti e vecchi divieti

Nuovi diritti e vecchi divieti

L'Unità on line del 12 febbraio 2007

di Carlo Flamigni
Ci sono certamente differenti modi di giudicare una scelta politica, e questo vale anche per la recente proposta del governo che ci è stata presentata con l’orribile nome di «Dico». Il primo modo è quello che si ispira al pragmatismo, che guarda ai risultati concreti. Chi segue questa via, si pone una domanda semplice: era possibile fare di più? Se consideriamo la situazione politica del Paese, la prepotenza di una gran parte del mondo cattolico, l’invadenza dei vescovi la risposta è no, non si poteva far di più.

Lo si capisce anche guardando lo sguardo supplice dei tanti parlamentari che temono di non poter essere rieletti senza il voto delle parrocchie e che implorano un buffetto di approvazione da parte del loro vescovo di riferimento. Ammettiamolo dunque, non si poteva fare di più. Con qualche perplessità sul concetto cattolico di mediazione: cento metri da percorrere, li facciamo tutti noi e loro si lamentano ugualmente.
La manifesta soddisfazione dimostrata dalla senatrice Binetti mi fa però sospettare che esistano altri modi di considerare il problema. So per certo, ad esempio, che esistono persone un po’ meno pragmatiche (e un po’ meno ciniche) che vedono nella proposta del governo una rinuncia - piuttosto dolorosa - a un riconoscimento pubblico che molte coppie di fatto si aspettavano e che, in un recente passato, molti rappresentanti della sinistra che sta governando il Paese si erano impegnati ad ottenere. Secondo costoro, il progetto di legge del governo finisce con l’essere una sintesi molto impoverita di contenuti di un lavoro politico che ha evidentemente trovato difficoltà insuperabili all’interno della coalizione di centro-sinistra, ed è inutile perder tempo a spiegare chi come e perché, questi fatti li conosciamo benissimo.

Mi sembra dunque opportuno che ci chiediamo, a questo punto, quanto siano giustificati tutti questi sgomenti, quanto comprensibili queste paure, quanto irresistibili questi ricatti. Comincio così dall’argomento che mi interessa di più: ci stiamo comportando da Paese laico, o il concetto stesso di laicità, attraverso una serie incredibile di travisamenti, ha assunto significati completamente diversi da quelli nei quali le persone come me hanno sempre creduto?

Scelgo un articolo di Giuseppe Dalla Torre, professore di Diritto Ecclesiastico e rettore della «Lumsa», che trovo negli atti del convegno di studio del Comitato Nazionale di Bioetica organizzato in occasione del suo 15° anniversario. Scrive Dalla Torre: «Certo uno Stato laico non imporrà, con la forza del braccio secolare, un’etica al corpo sociale; ma non potrà fare a meno di tradurre in norme quei valori etici che, alla prova delle regole democratiche, risulteranno diffusi e condivisi nel corpo sociale. In maniera più esplicita si deve dire che le comunità religiose... hanno il diritto, ma dire anche il dovere, di intervenire nello spazio pubblico, quindi politico, proponendo i propri valori, e quindi i propri progetti di società cercando democraticamente di acquisire, intorno ad essi, significativi consensi». Un discorso, se non altro, apprezzabile per la sua chiarezza: poiché noi cattolici siamo più numerosi, le nostre regole morali sono migliori delle vostre e possiamo imporle a tutti.

Questa definizione di laicità è esattamente il contrario della mia, e mi piacerebbe molto che su questa peculiare enunciazione intervenissero Viano, Lecaldano, Rodotà, Mori, Giorello e gli altri intellettuali laici che l’articolo di Dalla Torre dovrebbe aver non poco turbato. Dal canto mio, e in attesa di riaprire questa discussione se e quando arriveranno tempi migliori, mi limito a segnalare al professor Dalla Torre che tutte - ma proprio tutte - le inchieste che sono state fatte negli ultimi anni in Italia sui temi che vengono definiti «eticamente sensibili» questa maggioranza cattolica ortodossa non l’hanno proprio registrata, anzi. La maggioranza dei cittadini è invece favorevole alla fecondazione assistita, alla pillola abortiva, al diritto di decidere in merito alla fine della propria esistenza, alla pillola del giorno dopo, alla legge 194 e così via fino ai Pacs: ripeto, per chiarezza, Pacs, non Dico. La sensazione, dunque, è che il Vaticano - e i Cardinali, e i Vescovi, e i professori di Diritto Ecclesiatico - abbiano tutto il diritto di difendere le proprie idee e di parlare in nome della propria fede, ma dovrebbero risparmiarci i ragionamenti sulla democrazia e le ipotesi sulle maggioranze. La sensazione è che le loro possibili maggioranze vengano ottenute commerciando, in modo piuttosto truffaldino, in Parlamento, e che non abbiano niente a che fare con il Paese. D’altra parte ricordo che alcuni anni orsono l’allora cardinale Ratzinger, in una intervista a «Repubblica», ammise che la secolarizzazione del Paese aveva comportato un forte perdita di popolarità e di consensi del mondo cattolico, che non poteva essere più considerato maggioranza; ed è di pochi giorni or sono un editoriale di Ezio Mauro nel quale questi stessi eventi vengono esaminati alla luce del nuovo atteggiamento “bellicoso” del Vaticano, volontà di prevaricazione secondo alcuni, servizio secondo altri.

È però legittimo chiedersi, giunti a questo punto, dove in effetti stiano le ragioni “forti” del non possumus della Chiesa cattolica. Per un cattolico, il matrimonio è un sacramento, un atto sacro, un “pegno della fede”; per lo Stato, il matrimonio è un contratto, un istituto giuridico mediante il quale si dà forma legale all’unione tra due persone (per ora di un uomo e di una donna) che stabiliscono di vivere in comunione (di vita, di beni, di interessi) anche in ordine alla formazione di una famiglia. E la famiglia è l’insieme delle persone legate tra loro da un rapporto di convivenza, di parentela e di affinità. A me sembra che lo Stato abbia già richiamato a sé il diritto di definire questo istituto, di stabilirne le regole e i privilegi, assicurandogli oltre tutto una assoluta autonomia nei confronti di sacramenti e di sacralità. Che c’è di male, che c’è di nuovo nel fatto che lo stesso Stato che ha elaborato una prima definizione di matrimonio e di famiglia decida oggi di modificarla tenendo conto degli importanti mutamenti ai quali sono andate incontro le consuetudini sociali? Che c’è di strano, che c’è di immorale nel fatto che tante nuove differenti famiglie stiano cercando di far udire la propria voce, indicando insieme alle proprie sofferenze e ai propri disagi anche la capacità di assumersi l’insieme delle responsabilità che caratterizzano le unioni familiari tradizionali? E ai cittadini (ai cittadini, non ai preti) che chiedono allo Stato sulla base di quali garanzie si accinge a fare certe determinate scelte, lo Stato può rispondere che le garanzie sono tutte lì, nella capacità di queste nuove famiglie di assumersi specifiche responsabilità. Forse che questa dichiarazione di intenti ha un peso diverso dal giuramento fatto davanti a Dio o dalla promessa fatta davanti al sindaco?

Il significato delle parole, è bene ricordarlo, cambia nel tempo, restare appesi alla semantica del passato è sbagliato e perdente. Un genitore non è più, o non è più soltanto, colui che trasferisce il proprio patrimonio genetico al figlio ma è anche colui che promette di essere vicino al bambino che nascerà e si impegna a rispondere alle sue domande e ai suoi bisogni. Non è anche questa una versione molto nobile e dignitosa di genitore?

Anche le abitudini sociali cambiano, e cambiano rapidamente e radicalmente. Negli Stati Uniti - Paese adorato per certe sue prepotenze, ignorato per molte sue debolezze - nel 1992 oltre 6 milioni di bambini venivano cresciuti ed educati da genitori omosessuali, con ottimi risultati a sentire l’American Psychological Association e l’American Society for Reproductive Medicine. Secondo Machelle Seibel, direttore di uno dei più importanti giornali scientifici americani, le coppie omosessuali americane stanno cercando sicurezza per la loro vita comune all’interno di istituzioni riconosciute e protette e per questo si battono per ottenere leggi che consentano loro di sposarsi: quando riescono a farlo, si dimostrano straordinariamente consapevoli delle responsabilità acquisite e si confermano ottimi educatori di figli propri e adottati. Gli eterosessuali, dal canto loro, preferiscono dedicarsi allo hooking-up, il che significa uscire alla sera senza un appuntamento preciso e fare sesso con il primo venuto “per conoscerlo meglio”. Il risultato è che diminuiscono non solo i matrimoni, ma anche le coppie di fatto e la nascita del primo figlio subisce continui rinvii. Chiediamoci dunque: siamo certi che abbiamo ben capito cosa sta accadendo nel mondo? Siamo certi dell’utilità degli strumenti della fede per interpretare e proteggere?

Quando leggo certe dichiarazioni della Cei («il testo normativo... minaccia di incidere pesantemente... sul futuro della nostra società nazionale) mi chiedo se sia in realtà possibile un dialogo, o se la propensione di una certa parte del mondo cattolico non sia invece quella di considerare con affetto e tenerezza la vecchia signora che, guardando al passato, afferma con fierezza «domo mansi, lanam feci», non ho mai lasciato la casa, ho trascorso gli anni a fare la calza. E il desiderio di ragionare con loro di diritti individuali, chissà perché, si dissolve.

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