giovedì 27 dicembre 2007

La Via Francigena non esiste

La Via Francigena non esiste
Giuseppe Sergi
La Stampa Torino

Le esigenze del presente interferiscono, spesso pesantemente, sulle ricostruzioni del passato. E' un male in parte inevitabile, a cui si sottraggono gli storici professionisti più rigorosi. Ma di solito si trovano, dietro quelle deformazioni, le grandi passioni del contrasto politico, l'amore per le proprie radici, progetti che cercano legittimazione nella storia.
In un caso recente la politica c'entra, ma è vicina più alla promozione turistica che alla manipolazione del consenso: mi riferisco al lancio di un grande percorso medievale di pellegrinaggio, la via Francigena, i cui primi cartelli indicatori sono stati inaugurati il 29 ottobre a Monteriggioni dal presidente del consiglio Prodi. E' una curiosa moda recente, se si considera che ancora nei primi Anni '80 alcuni editori rifiutavano di mettere la dicitura «via Francigena» nelle loro copertine, ritenendola astrusa.
Ebbene, i cartelli turistici che stanno per costellare gran parte d'Italia pubblicizzeranno un sostanziale falso. Un comitato di esperti nominati nel '94 dal Consiglio d'Europa concluse che la via Francigena (o Romea) non era una strada specializzata in pellegrinaggio. E soprattutto che di quella via non si può (con pochissime eccezioni appenniniche) individuare un tracciato preciso, perché consisteva in un fascio di percorsi spesso anche distanti fra loro. Perché quelle conclusioni risultano ora disattese? Perché nel 2000 il Giubileo valorizzò ovviamente gli aspetti di pellegrinaggio. E perché si è scelto il primo viaggio narrato famoso (quello del 990 dell' arcivescovo di Canterbury, Sigerico), e quello non è più stato inteso come «un» viaggio ma come l'inaugurazione di una vera «autostrada medievale» - così si esprimono alcuni siti internet - anche se i viaggiatori successivi scelsero spesso altri itinerari e altre soste.
La storia studiata tollera la complessità, la storia che deve servire al presente ha invece bisogno di schematismo, anche a costo di falsificare.
Il Piemonte offre esempi evidenti: Sigerico passò per il Gran S. Bernardo, poi per Ivrea, Santhià e Vercelli. Ma i documenti medievali contengono attestazioni di via Francigena anche per luoghi collocati in un ramo del tutto diverso, transitante per il Moncenisio (o il Monginevro, altra possibilità),la valle di Susa e Torino. A questa biforcazione geograficamente importante corrispondevano poi numerose altre varianti minori.
Si dovrebbero dunque proporre segnalazioni per vari luoghi in cui le attestazioni sono sicure: ad esempio la vai Cenischia (Chronicon Novaliciense, sec. XII), Torino (1193 e 1229), Alessandria (1193). Non dovremmo certo negare alle scuole di questi luoghi il diritto di fare ricerche sulla «loro» via Francigena; ma non avrebbe senso rimediare proponendo altri cartelli gialli (come non ha senso ciò che si sta già facendo), perché la storia «riproducibile» precisa ciò che non è precisabile, cancella ciò che non serve, inventa gerarchie d'uso inesistenti (fa sorridere anche solo l'ipotesi che mercanti e militari evitassero di calcare la via dei pellegrini, per sceglierne una a loro più consona).
Insomma, basta che sia chiaro che quando si parla oggi di via Francigena si parla di Prodi, del viaggio dello scrittore-pellegrino Enrico Brizzi, di iniziative di trekking. Non di storia.

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