lunedì 24 dicembre 2007

E don Gelmini scrive al Papa "Rinuncio a essere prete"

E don Gelmini scrive al Papa "Rinuncio a essere prete"
La Repubblica del 24 dicembre 2007, pag. 13

di Marco Politi

E' dura­ta appena cento giorni la resisten­za di don Gelmini, indagato dalla procura di Terni per il sospetto di ripetuti abusi sessuali ai danni di minori italiani e stranieri. Il 24 agosto scorso, alla Comunità In­contro ad Amelia, si era esibito in un plateale vaffa, mimato con il gesto dell'ombrello all'indirizzo dei suoi accusatori. «Pensavano di avere a che fare con un coniglio e invece hanno trovato un cane che morde», proclamò dinanzi a tre­cento dei suoi giovani entusiasti. Ora l'ottantaduenne prete si ar­rende e viene reso noto che ha chiesto a Benedetto XVI la «gra­zia» di poter restituire la tonaca. Insomma, di uscire dalle file del clero.



Il clamoroso ribaltamento ha le sue radici nei dossier accumulati dalla procura di Terni e nell'atteg­giamento del Vaticano, che non ritiene possibile proclamare a priori false le accuse. Don Gelmi­ni ha incontrato nei giorni scorsi il vescovo di Terni, monsignor Pa­glia, nella curia diocesana e 11 si è reso conto che il Vaticano lo avrebbe trasferito immediata­mente da Amelia non appena — dopo le feste di Natale—verrà for­malizzato il procedimento nei suoi confronti. E non basta. Il Va­ticano non era e non è disposto a lasciare nessuna facoltà di «cura sacerdotale» a Gelmini nei con­fronti di giovani fedeli a fronte di accuse che vengono considerate degne di un serio esame.



E' la linea di rigore, imboccata dalla Santa Sede con un'istruzio­ne del 2001 emanata dal cardinale Ratzinger d'intesa con papa Wojtyla dopo gli scandali di pedo­filia esplosi negli anni Novanta nella Chiesa americana. A Gelmi­ni, messo con le spalle al muro dai «consigli» delle autorità ecclesia-stiche, è stata lasciata soltanto la facoltà di farsi promotore lui stes­so delle misure più opportune.



Papa Ratzinger, anche dopo lo scandalo degli abusi accaduti nel­la diocesi fiorentina e a lungo ri­masti senza una risposta da parte dell'episcopato, non intende as­solutamente permettere che in Italia — di cui è Primate e dunque direttamente responsabile — si possa pensare che il Vaticano «co­pre» qualsiasi tipo di atti ai danni di minori.



Alessandro Meluzzi, portavoce della Comunità Incontro, ha an­nunciato ieri che don Gelmini ha inviato «spontaneamente» una lettera a Benedetto XVI in cui «chiede autonomamente al Santo Padre «per grazia» (non per ordine o punizione, ndr) la riduzione allo stato laicale». Ciò soprattutto per «potersi difendere liberamente senza dovere coinvolgere l'autorità ecclesiastica nelle vicende che seguiranno». Nella stessa lettera il sacerdote ha espresso l'intenzione che gli sia garantita «fino alla morte la sua permanenza con i ra­gazzi della Comunità Incontro».



E' una richiesta a doppio taglio. Gelmini sa che questo il Vaticano non lo vuole, ma — una volta spo­gliato della tonaca — come libero cittadino potrebbe anche non sentirsi più vincolato dall'obbedienza alle autorità ecclesiastiche.



In Vaticano la parola d'ordine è il silenzio. «Non ho nulla da dire», commenta il portavoce vaticano padre Lombardi. La Santa Sede continua a ritenere meritoria l'o­pera fondata da Gelmini, come sottolineato nella lettera di inco­raggiamento inviata dal Papa alla Comunità Incontro lo scorso Fer­ragosto (missiva che don Pierino interpretò come un'assoluzione preventiva), ma guarda con preoccupazione al futuro proces­so. Dopo le feste gli atti dell'indagine saranno depositati e la pro­cura formalizzerà il rinvio a giudi­zio.


Gelmini, fa sapere il portavoce Meluzzi, non parteciperà nel pe­riodo natalizio a nessuna celebra­zione liturgica né a manifestazio­ni civili: «Sta molto male. Versa in cattive condizioni di salute a cau­sa di un grave disturbo cardiaco ed è oggetto di intense terapie».

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