domenica 23 dicembre 2007

Le guerre di Ruini

Le guerre di Ruini
La Repubblica del 8 marzo 2007, pag. 1

di Marco Politi

Camillo Ruini la­scia il timone, ma non parte. Da Vi­cario papale per Roma la sua voce continuerà a farsi sentire. I suoi venti­due anni di guida dell'e­piscopato (da segretario generale e poi da presi­dente) lasciano la gerar-chia ecclesiastica in una posizione di potere invi­diabile.



Pochi conoscono il Ruini che medita sulla ri­mozione del senso della morte in Occidente, che riflette sulla resurrezione della carne e il Giudizio universale, che spinge i vescovi a misurarsi con le ultime conquiste della neurologia, che si inter­roga sulla fine dell'ege­monia dell'«uomo euro­peo».



C’è un Ruini intellettuale e pensatore, portato all'a­nalisi e alla curiosità del nuovo, che costituisce la vera persona­lità del presidentissimo della Cei. E che ha sempre ispirato ri­spetto e stima ai suoi interlocu­tori.



La sorte ha voluto che di lui emergessero in pub­blico le qualità di poli­tico freddo, determi­nato, inesorabile nel perseguire l'obietti­vo. Papa Wojtyla, do­po il convegno della Chiesa italiana a Loreto nel 1985, gli aveva dato un traguardo: la­vorare per la ricon­quista cristiana dell'I­talia. Camillo Ruini ha risposto—mentre as­sisteva al crollo della Democrazia cristiana e del suo sistema — trasformando la Cei in soggetto politico, negoziando diretta­mente con i partiti della Seconda Re­pubblica, conqui­stando alla Chiesa un potere permanente di interdizione, di pressione, di legittimazione o delegitti­mazione delle leggi. Il ceto politico si è mo­strato estremamente fragile. Colpa di un bipolarismo traballante in cui il piccolo gruz­zolo di voti, diretta­mente manovrabile dall'istituzione eccle­siastica, può risultare determinante.



Per fermare in Italia una secolarizzazione di tipo nord-europeo o spagnolo, Ruini ha combattuto anno dopo anno precise battaglie, impedendo an­zitutto — subito dopo il disfarsi della Prima Repubblica — che tra Mario Segni e Achille Occhetto potesse crearsi un blocco riformista vincente. Da lì, in una riedizione della strategia dei due forni, con pressioni conti­nue sull'uno e l'altro polo, ha mosso la Cei come una lobby per leggi che rafforzassero l'isti­tuzione ecclesiastica o per sbar­rare la strada a novità invise al magistero. Ha ottenuto che i ca­techisti dell'insegnamento di religione diventassero docenti statali a tutti gli effetti. Ha otte­nuto, al di là dei generosi finan­ziamenti dell'8permille, che ve­nissero finanziati anche gli ora­tori. Ha premuto costantemen­te per il finanziamento delle scuole cattoliche. Sul piano delle leggi generali ha bloc­cato il divorzio breve anche per le coppie senza figli. Ha imposto la formulazione finale della legge sulla fe­condazione assistita, con il veto per la madre di sot­toporre a diagnosi l'em­brione che impianterà. Ha ispirato le campagne con­tro la pillola del giorno dopo e la pillola abortiva.



E' stato un lavoro preciso, cal­mo, tenace, strategico per rove­sciare — anche usando l'emer­gere dei teocon, il clima sociale e psicologico creatosi nella so­cietà italiana dopo i referendum sul divorzio e sull'aborto e per affermare il principio che la legislazione deve attenersi ai valori del cattolicesimo e di una «tra­dizione storica e culturale italia­na», interpretata dalla presi­denza Cei. Il capolavoro di que­sto gioco tutto politico è stato l'allineamento dell'associazio­nismo cattolico sotto le bandie­re dell'astensione al referen­dum sulla procreazione assisti­ta nel 2005: capolavoro tattico, perché dinanzi all'incertezza sul modo frammentario con cui gli elettori cattolici avrebbero votato sui quesiti referendari, Ruini ha deciso di mimetizzarsi nella massa degli astenuti abi­tuali e anzi di annetterseli. Così ha proclamato che il 75 per cen­to degli italiani seguiva la Chie­sa. E su questa base ha lanciato l'attacco durissimo per affon­dare i Pacs. Storia di queste set­timane.



Sul piano interno il suo stile di governo è coinciso con una cen­tralizzazione assoluta. Vescovi desiderosi di andare al votare al referendum o di apri­re l'assemblea dell'e­piscopato a critiche sull'interventismo militare di Bush sono stati zittiti. Ai conve­gni ecclesiali nazio­nali è stato eliminato il diritto di votare su documenti e sono state emarginate le voci divergenti.



Ruini ha, tuttavia, intuito che era neces­sario elaborare una risposta di cultura ai mutamenti in atto e cosi ha lanciato il «Progetto culturale di ispirazione cristia­na». Un lavoro di ana­lisi di lungo respiro, che però si è tramuta­to in una serie di Fo­rum senza coagulare linee di orientamento innovativo.



Efficace è stato il ri­voluzionamento dei media cattolici sia a li­vello centrale, facen­do dell'Avvenire un giornale vivace e cul­turalmente stimolan­te, sia modernizzan­do la stampa diocesa­na.



In termini di suc­cesso politico Ruini chiude da protagoni­sta vincente, ma enorme appare la sua distanza emotiva dal «cattolicesimo quoti­diano». Quando tutta l'Italia si è commossa per il caso Welby, il cardinal Vicario non ha saputo che negare le esequie religiose al «dottor Welby». Poi ha ammesso di avere sofferto. Ma non ce l'ha fatta a mettersi in sintonia con il suo popolo, che chiedeva un gesto di carità cri­stiana.

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