domenica 23 dicembre 2007

Il dialogo impossibile con le verità assolute

Il dialogo impossibile con le verità assolute

Liberazione on line del 8 marzo 2007

di Lea Melandri
Per quanto ci si sforzi di tenerlo fuori scena -che vuol dire anche nell’ambito di ciò che è devianza dalla norma, oscenità, trasgressione-, il problema delle unioni civili vi rientra malgrado tutto e torna pervicacemente a occupare le pagine dei giornali. Ieri, la Commissione Giustizia del Senato ha cominciato a discutere i disegni di legge in merito. Una cosa appare comunque quasi certa il futuro dei Dico, il ddl approvato dal Consiglio dei ministri l’8 febbraio, non appare roseo vista la bocciatura ricevuta proprio ieri dal presidente della Commissione.
Dopo la crisi di governo, le divisioni fra i parlamentari cattolici all’interno dell’Unione e gli immancabili interventi ormai giornalieri delle gerarchie ecclesiastiche, quella che era parsa a molti una legge deludente, pasticciata, fatta per scontentare tutti, ma pur tuttavia un primo passo verso il riconoscimento delle coppie di fatto, è probabile che possa uscire peggiorata o sparire del tutto. Sabato 10 marzo a Roma, Arcigay e Arcilesbica invitano tutti a manifestare perché siano rispettati “subito” e “ora” i diritti delle coppie dello stesso sesso, e varata una buona legge. Su un orizzonte neanche tanto lontano, il 19 maggio, si profila la “discesa in campo” delle forze cattoliche più conservatrici, in difesa della famiglia e dei valori cristiani dell’Occidente incalzato dall’avanzare di altre culture religiose e laiche. Al vertice della Cei, in sostituzione di Ruini, sarà eletto il vescovo di Genova, Angelo Bagnasco, che ha già fatto sapere di avere opinioni del tutto simili al suo predecessore.
In questo quadro, mi sembra che l’unica incertezza appartenga a quei movimenti che, preoccupati della sorte dell’attuale governo, costretti a tener conto delle scelte tutt’altro che unanimi dei partiti, oltre che degli sviluppi imprevedibili dell’iter della legge in Parlamento, ancora non sanno che volto dare alla loro uscita pubblica, sabato prossimo. Nel volantino di convocazione diffuso in questi giorni, Arcilesbica sottolinea che il riconoscimento delle unioni civili riguarda prima di tutto le coppie omosessuali che non possono avere diritti in altro modo. Pur non potendo difendere i Dico, da cui non viene né giuridicamente né simbolicamente affermata la dignità dell’amore fra persone dello stesso sesso, ci si augura “che almeno i Dico diventino legge dello Stato”. Il ddl Pollastrini-Bindi, fatto per venire incontro “alle sensibilità diverse” di cui è composta la coalizione di governo, ha finito in realtà per scontentare tutti, rivelandosi come il tentativo -per alcuni ipocrita, per altri generoso- di salvare capra e cavoli, laicità e religione, cambiamento e spinte conservatrici, nuove forme di convivenza e antichi pregiudizi omofobici. Ora che anche questo piccolo passo in avanti è minacciato dal pericolo di un ulteriore arretramento, non sembra esserci altra via d’uscita che assumerne la difesa.

Mi chiedo se invece non sia il caso di ripensare il problema della governabilità, a cui guarda oggi la maggior parte dei movimenti, convinti che non si possa prescindere sempre e comunque dalla logica dei diritti, e metterlo in rapporto con la necessaria autonomia delle pratiche che nascono fuori da ambiti istituzionali. Parlo volutamente di ‘pratiche’ e non di ‘battaglia di idee’, per evitare il ritorno a una polarizzazione, cultura-politica, che il femminismo ha cominciato a criticare alcuni decenni fa. Le idee naturalmente ci sono, iscritte da quelle stesse pratiche nei comportamenti individuali e sociali, nei saperi e nei linguaggi a cui hanno dato vita, formalizzate in nuove leggi.
Ma, come insegnano i giuristi, le leggi non sono mai la traduzione dei pensieri che le hanno originate; nello ‘scarto’ di cui hanno bisogno per immettere esperienze vissute dentro codici di lunga tradizione, molti dei contenuti e delle passioni che vi sono legate, spariscono e riemergono congelati e irriconoscibili.
Non sarà diverso neppure in questo caso, qualunque sia l’esito del dibattito parlamentare sulle norme che dovrebbero regolare le unioni di fatto. Sul campo resterà l’interrogativo aperto dal momento in cui qualcuno ha voluto che lo Stato riconoscesse una forma dell’amore che sfugge all’idea di un ‘ordine naturale’ modellato secondo la verità biologica della procreazione, e fatto proprio finora dal patriarcato in tutte le sue forme, religiose e laiche. Ci sono cambiamenti della coscienza, sussulti sociali, rappresentazioni del mondo, che anziché affiancarsi e integrare ciò che già esiste, lo mettono radicalmente in discussione, costringono il senso sociale a fare un salto imprevisto, fuori dalle sue immobili, inerti certezze. E’ stato così per il femminismo degli anni ’70, che ha sfidato la politica partendo dai luoghi che essa credeva di poter consegnare alla natura -i corpi, il ruolo della donna-madre, la sessualità procreativa-, e così è oggi per i movimenti gay e lesbici che sottraggono alla sfera del ‘naturale’ e del ‘sacro’ l’idea di famiglia.
La richiesta che sia riconosciuta la ‘compiuta uguaglianza’ di tutti i cittadini, secondo il dettato costituzionale, non può ignorare che quando entrano in scena corpi, sessualità, sentimenti, non si può parlare solo di diritti o di leggi. Se una parte lo fa, quella avversa sicuramente glielo ricorda. La ‘naturalizzazione’ del rapporto tra i sessi, l’identificazione della donna con la sessualità procreativa che la fissa nel ruolo di madre, l’appropriazione e il controllo sulla ‘risorsa’ più preziosa e indispensabile per la continuità della specie e per l’esercizio esclusivo del potere maschile nella sfera pubblica, rappresentano una ‘preistoria’ con cui non si può non fare i conti, soprattutto se si ha il fondato sospetto che per molti sia ancora l’unica verità.
Possiamo anche pensare che per le menti illuminate il richiamo della Chiesa al suo ‘magistero’ per quelli che considera ‘temi etici’, soggetti all’inalienabile legge della natura e di Dio -secondo l’interpretazione che essa stessa ne da-, sia una pretesa scandalosa e risibile al medesimo tempo, tanto da poterla liquidare con una battuta. Ma se ne vediamo i riflessi radicati nel sentire comune, la questione cambia volto e linguaggio: diventa normalità e follia, Bene e Male, ordine e caos, appartenenza ed estraneità, necessità e arbitrio, sicurezza e rischio. Ai legami di sangue, alla parentela, ai doveri e ai sensi di colpa incorporati insieme al nutrimento materno, opporre soltanto la logica dei diritti è come pretendere di farsi capire da uno straniero parlando la propria lingua. Non si dialoga con posizioni che si appellano a una verità incontestabile, fuori dalla storia, con piccoli aggiustamenti, manovre di avvicinamento o di copertura, anche perché, dall’alto di tanta autorevolezza, saranno sempre comunque scoperte e additate come sotterfugi.
I movimenti che, non da ora, stanno mettendo in discussione la ‘naturalità’ del dominio dell’uomo sulla donna, della coppia eterosessuale su quella omosessuale e lesbica, della sessualità procreativa sul libero gioco del piacere, hanno oggi l’occasione per dare un supporto di pensieri e prospettive adeguato ai grandi cambiamenti in atto nella società, per impedire che i segnali del ‘reale’ e del ‘possibile’ siano interpretati come sintomi di decadimento e malattia. Allargare l’orizzonte su cui navigano con incerta sorte diritti e leggi è l’unico modo per evitare che, insieme a una legge a un governo, facciano naufragio anche le convinzioni profonde che hanno guidato finora le nostre vite e il nostro impegno politico.

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