domenica 23 dicembre 2007

La Chiesa che proibisce

La Chiesa che proibisce

La Repubblica del 14 marzo 2007, pag. 1

di Giuseppe Alberigo

Il documento pubblicato oggi dalla Santa Sede porta la firma di Benedetto XVI e si pre­senta come una sintesi degli orien­tamenti espressi dal Sinodo dei Vescovi, celebrato qualche mese fa. Vi sono investiti molti e com­plessi aspetti della vita della Chie­sa, quasi tutti oggetto di vivo di­battito dentro e fuori il cattolicesi­mo. Per l'autorevolezza del testo e per la varietà dei problemi trattati esso impone un'analisi approfon­dita, adeguata alla lunga gestazio­ne che ['«esortazione» ha avuto.



A una prima lettura, anzitutto non ci si può non chiedere in qua­le misura questo testo rispecchi ef­fettivamente le posizioni espresse nel Sinodo, che comprendeva prelati di tutto il mondo, inevitabil­mente portatori di esperienze di­verse e di orientamenti differen­ziati.



In secondo luogo ci si interroga sull'ac­coglienza che potrà avere da parte dei co­muni credenti e del clero in cura d'anime. È infatti noto che molti dei comportamenti censurati dal Papa sono praticati dalla gran­de maggioranza dei fedeli (ad esempio a pro­posito dell'esclusione dei divorziati dai sa­cramenti), anche di quelli "impegnati", né vengono censurati dal clero. Il pensiero va al­l'infausto esito di un atto per tanti aspetti analogo, l'enciclica "Humanae vitae" di Pao­lo VI, che ha conosciuto un rifiuto generaliz­zato in tutta la cattolicità.



Naturalmente è facile prevedere anche che ci saranno ambienti di "teo-con" impegnati a valorizzare questi orientamenti che sembra­no andare tutti, sia pure in diversa misura, in direzione del rafforzamento della funzione conservatrice che la Chiesa cattolica svolge in parecchie società contemporanee.



Ma i consiglieri del Santo Padre si sono in­terrogati sull'impatto pastorale di un atto come questo? Sono sicuri che esso non introdu­ca germi di dissoluzione piuttosto che di rafforzamento nel corpo ecclesiale? È ovvio che non tutto va in modo soddisfacente nella Chiesa cattolica, ma è proprio l'aspetto etico il più carente e dolente? O non é piuttosto l'appannarsi della trasparenza evangelica, che rende arduo a tanti riconoscere il Cristo e il suo annuncio al di là della corposa presen­za del corpo ecclesiastico?



L'esortazione ha una portata generale e non focalizza direttamente nessun problema italiano. Tuttavia non si può ignorare la parte che tocca nuovamente, dopo le discussioni delle ultime settimane, i comportamenti di legislatori di fede cattolica. Opportunamen­te il testo papale li esorta a essere «consape­voli della loro grave responsabilità sociale» e aggiunge che «devono sentirsi particolar­mente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leg­gi ispirate ai valori fondati nella natura uma­na». È un richiamo opportuno, anche se un po' pleonastico, dato che i legislatori sono sempre maggiorenni e come dubitare che la loro coscienza non li guidi? Mi sembra arduo indicare parlamentari credenti — in Italia o altrove — che non obbediscano alla loro co­scienza, talora anche incontrando difficoltà esterne e lacerazioni interiori. Questi cristiani non meritano maggiore fiducia e simpatia? A prima vista un lettore sprovveduto potreb­be vederli come dei peccatori incalliti! Co­munque si è ben lontani dalle minacce venti­late meno di un mese fa dalla presidenza del­la Conferenza episcopale italiana.


Queste riflessioni non possono essere scambiate — se non in mala fede — come un invito alla Chiesa e ai suoi Pastori a tacere. È bene e sano che si parli e si esprimano con­vinzioni tanto autorevoli. È tuttavia incerto che la chiave «negativa» delle proibizioni sia la più convincente e la più adeguata a comu­nicare l'annuncio evangelico.

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