domenica 23 dicembre 2007

Eutanasia in Spagna, la Chiesa insorge

Eutanasia in Spagna, la Chiesa insorge

La Repubblica del 16 marzo 2007, pag. 39

di Alessandro Oppes

Si è spenta «senza sof­frire», come sperava e come aveva chiesto lanciando un appello drammatico e sereno allo stesso tempo. Ma sulla morte di Inmaculada Echevarria, la donna di Granada affetta da una distrofia musco­lare progressiva incurabile, si è già sca­tenata la polemica.



La giunta regionale andalusa, che due settimane fa auto­rizzò i medici a inter­rompere la ventila­zione automatica che da dieci anni mante­neva in vita la pazien­te, difende la decisio­ne spiegando che si è trattato di una «limi­tazione dello sforzo terapeutico» dovuta a un legittimo «rifiuto di trattamento medi­co» della donna.



Una posizione di­fesa anche dal gover­no Zapatero, attra­verso il ministro della Sanità Elena Salgado, ma contrastata dal presidente dell'Associazione spa­gnola di Bioetica, Manuel de Santiago, per il quale il caso Eche­varria potrebbe spianare la strada a una legge sull'eutanasia.



Stessa preoccupazione nelle parole dei rappresentanti della Chiesa cattolica, con il vice-presidente della Conferenza episcopa­le, cardinale Antonio Caizares, che parla di «attentato contro la dignità e la vita umana», mentre l'arcivescovo di Siviglia Carlos Amigo dice di essere «apertamen­te contrario a ogni tipo di pena di morte, tanto la legale come quella auto — amministrata».



Le ultime ore di vita di Inmacu­lada sono state segnate proprio da un diktat arrivato direttamente dal Vaticano, secondo quanto ha rivelato il presidente andaluso Manuel Chaves: non potendo far nulla per impedire che venisse staccata la spina del respiratore, la Santa Sede ha comunque impedi­to che l'operazione fosse realizzata nella clinica privata «San Rafael», dove la donna era ricoverata da dieci anni, e che è gestita da una congregazione religiosa.



Per questo il trasferimento, mercoledì pomeriggio, di Eche­varria in un altro ospeda­le di Granada, era il se­gnale che la fine era or­mai vicina: appena po­che ore dopo, alle nove di sera, l'assessorato pro­vinciale alla sanità an­nunciava che Inmacula­da si era spenta pochi minuti dopo che i medici dell'ospedale «San Juan de Dios» avevano stacca­to il collegamento con il respiratore automatico. Inmaculada Eche­varria, nata 51 anni fa in Navarra, era appena undicenne quando comin­ciò a soffrire di una ma­lattia che la portò a per­dere la mobilità di quasi tutto il corpo intorno ai 30 anni. Negli ultimi die­ci è stata immobilizzata a un letto d'ospedale e po­teva muovere solo le dita delle mani e dei piedi.



Quattro mesi fa scrisse una lettera ai medici che la curavano e all'asses­sorato alla sanità andaluso per chiedere l'interruzione della ven­tilazione automatica.



La risposta degli organismi re­gionali è stata rapida: dopo il «sì» del comitato autonomo di etica, per il quale il rifiuto del trattamen­to medico invocato dalla donna è un diritto riconosciuto dalla legge spagnola sulla «autonomia del paziente», due settimane fa arrivò l'approvazione definitiva del consiglio consultivo, l'organo di con­sulenza legale della giunta di Sivi­glia.

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