mercoledì 5 dicembre 2007

È boom di bond e fondi islamici

ILSOLE24ORE.COM, 04/12/2007
È boom di bond e fondi islamici
di Micaela Cappellini


Asset bancari per 450 miliardi di dollari, 85 miliardi emessi sotto forma di bond al primo semestre di quest'anno, almeno 11 miliardi in fondi d'investimento. E un tasso di crescita della raccolta finanziaria pari ormai al 15% all'anno.È la potenza di fuoco della finanza islamica nel mondo. Sottoinsieme di quella finanza araba che ha appena acquistato il 4,9% dell'americana Citigroup, ma che opera rigorosamente secondo i canoni della Sharia, la legge islamica: vietato esigere tassi d'interesse o investire nella pornografia, nell'alcol, nel tabacco o nelle armi.
Ridurre tutto all'integralismo religioso, però, sarebbe fuorviante. La finanza islamica ormai ha contagiato anche le banche occidentali e i loro clienti: lo dimostrano le decine di convegni che si vanno susseguendo soprattutto tra Inghilterra e Svizzera, senza dimenticare le altre piazze finanziarie del Vecchio Continente. Giusto domani,a Francoforte,inizierà il Forum sulla finanza islamica organizzato da Deutsche Bundesbank. Mentre ieri la Kuwait Finance House, una delle cinque banche islamiche più grandi del mondo, ha iniziato le procedure per aprire una sede a Melbourne attraverso cui puntare sul promettente mercato australiano. In Italia, infine, l'Unione Banche Arabe ha da poco annunciato la costituzione di una federazione con l'Abi, da realizzarsi entro un anno.

Le casse di Maometto, dunque, si rivelano una fonte sempre più importante di credito. Che da un lato si riversa sulle società occidentali, e dall'altro contribuisce a finanziare lo sviluppo delle economie emergenti,tanto le prime quanto le seconde a caccia della liquidità proveniente dai Paesi dei petrodollari, che nei prossimi 20 anni si stima avranno da spendere qualcosa come 20mila miliardi di dollari. Diverse, nei due casi, le modalità di finanziamento: «Europa e Stati Uniti – spiega da Londra Darshan Bijur, esperto di finanza islamica per Kmpg – possono contare sull'80% di quanto viene raccolto dai fondi islamici emessi dalle banche del Medio Oriente. Che non amano investire nei Paesi in via di sviluppo perché non garantiscono ritorni economici elevati». La finanza islamica, del resto, non fa rima con solidarietà e dover rispettare le leggi di Maometto, che impediscono di riscuotere interessi, non significa non trovare altre formule attraverso cui percepire l'equivalente di un profitto.

«I Paesi emergenti, invece – continua Bijur – attingono alla ricca fonte della liquidità Shariacompatibile attraverso la formula dei Sukuk». Ovvero i bond islamici, la cui emissione consente di finanziare l'espansione societaria o la costruzione delle infrastrutture del Paese. Come nel caso della Dubai Ports World, la società emiratina che nel 2006 acquistò il quarto operatore portuale al mondo, l'inglese P&O: quest'anno ha emesso bond islamici per 1,5 miliardi di dollari. O come nel caso di Aldar, che per sorreggere il proprio boom nel comparto immobiliare ha raccolto 2,53 miliardi di dollari in Sukuk.

Ad approfittare della liquidità islamica in Occidente ci sono nomi illustri come Aston Martin, la cui acquisizione da parte di un consorzio guidato dal pilota inglese David Richards è stata finanziata da due fondi islamici del Kuwait. O come il Land tedesco della Sassonia- Anhalt, che ha emesso un bond islamico da 100 milioni di dollari. Ma ci sono anche istituzioni finanziarie sempre più interessate a mettersi nel business della raccolta della liquidità di Maometto, allettate dai tassi di crescita vertiginosi del risparmio islamico: 78% l'aumento dei bond atteso per la fine del 2007, 20% quello dei depositi, 25% quello degli equity fund.

Le ultime banche occidentali attirate dalle sirene di questo tipo di finanza, in ordine di tempo, sono la Landesbank del Liechtenstein, che si è appena inventata il primo Etf compatibile con i dettami della Sharia. Mentre la londinese Standard Chartered ha creato il primo cross currency swap
islamico, in collaborazione con la banca Muamalat della Malaysia.

Il Regno Unito, del resto, conosce bene le opportunità di business che derivano dalla raccolta di denaro rispettoso della legge coranica: con tre banche islamiche all'attivo, è ormai accreditato come il quarto hub mondiale del credito islamico.

Il primato di snodo focale, naturalmente, spetta al Medio Oriente: Emirati Arabi e Bahrein assieme dispongono di asset bancari islamici per un totale di oltre 50 miliardi di dollari. «Dal Medio Oriente –aggiunge Bijar di Kpmg – proviene l'80%di tutta la raccolta di denaro da investire secondo le regole di Maometto». Il resto, si suddivide fra Malaysia, Indonesia e qualche altro Paese musulmano, «Nordafrica escluso –prosegue Bijar – Si tratta di Stati tradizionalmente secolarizzati, dove mancano sia le banche interessate a raccogliere questi fondi, sia i clienti corporate interessati a utilizzarli in forma di bond». Anche la Malaysia cerca in effetti da tempo di imporsi come hub finanziario per l'Islam, grazie agli incentivi governativi offerti alle banche mediorientali che vogliono trasferirsi a Kuala Lumpur. Ma secondo Bijar il suo ruolo è sovrastimato rispetto alla situazione reale: «La stragrande maggioranza dei fondi islamici viene raccolta in Medio Oriente. E al Medio Oriente non piace investire qui: primo perché, pur trattandosi di popolazioni musulmane, manca un'affinità culturale sentita; e secondo perché gli standard fissati dall'interpretazione della Sharia in vigore in Malaysia vengono considerati troppo elastici ». Kuala Lumpur, per il suo sviluppo, può contare però sulla raccolta di bond: «Sono islamici il 90% di quelli emessi per finanziare le infrastrutture del Paese », conclude Bijar.
micaela.cappellini@ilsole24ore.com

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