sabato 1 dicembre 2007

Ratzinger: «Da ateismo e illuminismo solo macerie»

l’Unità 1.12.07
«Da ateismo e illuminismo solo macerie»
La “Spe salvi” di Ratzinger attacca le ideologie: «Non è la scienza che redime l’uomo ma l’amore»
di Roberto Monteforte

FALLITO L’ILLUMINISMO Condannato dalla storia il marxismo. In crisi l’idea di un futuro di progresso affidato allo sviluppo della scienza, è alla speranza cristiana che l’uomo contemporaneo deve affidarsi per guardare con fiducia ad un futuro di giustizia e vero sviluppo. Coniugando fede e ragione. È la sfida che lancia Benedetto XVI con la sua seconda enciclica «Spe salvi» (Nella speranza siamo salvati) presentata ufficialmente non a caso ieri, giorno di sant’Andrea, all’inizio dell’Avvento in Vaticano dai cardinali «teologi» Albert Vanhoye e Georges Cottier oltre che dal direttore della Sala Stampa, padre Federico Lombardi.
Quello che manca all’uomo contemporaneo, schiacciato dalla fatica del vivere, sarebbe proprio la speranza. Sarebbe la stessa idea di futuro ad essere ormai in crisi, così come sono fallite le grandi ideologie, l'illuminismo, il marxismo e lo scientismo, che hanno sorretto lo sviluppo dell’umanità, costituendo l’idea stessa di modernità. Sarebbe fallita l’idea di un progresso indicato come orizzonte assoluto, come destino positivo ineluttabile basato sull’auto-sufficienza dell’uomo. Stesso destino per i costruire una nuova giustizia umana. Per papa Benedetto XVI avrebbero lasciato alle loro spalle solo cumuli di macerie e portato l’umanità sulla soglia dell’abisso. È il pessimismo ratzingeriano. Senza Dio, senza l’incontro con Cristo e con il suo amore universale non c’è futuro. Senza un proficuo dialogo tra la cultura contemporanea e il cristianesimo, con la speranza ed i valori di cui è portatore, senza un proficuo rapporto tra fede e ragione all’uomo contemporaneo resta solo un destino di solitudine e di disperazione. Ne è convinto papa Ratzinger. Tra teologia e filosofia, tra citazioni delle lettere di san Paolo, di sant’Agostino e dei «profeti» della scuola di Francoforte, Adorno e Horkheimer di cui usa i richiami critici alla degenerazioni del progresso e della scienza, richiama il pensiero di Emmanuel Kant e i suoi giudizi sull'illuminismo che aveva finito per emarginare nella sfera insignificante del privato la «fede ecclesiastica», sostituita dalla «pura fede religiosa» che aveva al centro esclusivamente l’uomo alla fine avrebbe potuto portare «alla fine perversa di tutte le cose». Cita la lezione di Friedrich Engels e di Karl Marx per cui ha anche parole di elogio. Ne riconosce «l’acutezza dell’analisi e la chiara indicazione degli strumenti per il cambiamento radicale», come pure come abbia affascinato e affascina tutt’ora» la sua promessa di liberazione, ma il suo errore resta: il materialismo, l’aver immaginato che bastasse questo per assicurare una nuova giustizia umana. «La rivoluzione proletaria si sarebbe lasciata dietro di sé una distruzione desolante». Vi è la libertà individuale da salvaguardare. Occorre formare le coscienze ed questa è la forza della speranza cristiana, non solo annuncio ma anche trasformazione. Il Papa dà forza al suo ragionamento citando le testimonianze di vita e di perdono di santi e martiri della fede come la ex schiava sudanese portata all’onore degli altari da papa Wojtyla, Giuseppina Bakhita, il cardinale vietnamita Van Thuan per 13 anni prigioniero nella carceri comuniste e del connazionale Paolo Le Bhao Rhin torturato a morte nel diciannovesimo secolo. Cita Lutero e la filosofia di Bacone. Il suo orizzonte, come nella famosa lezione di Ratisbona, è la cultura della vecchia Europa. È la terra da recuperare al Cristianesimo. Per Ratzinger è lì che si decide il futuro dell’umanità.
Nelle sue sessantasette pagine densissime lancia il suo affondo a tutto campo contro la cultura individualista che ha finito per contaminare anche la Chiesa. Invita gli stessi credenti a riflettere sul senso della speranza cristiana e su quel «plusvalore» - usa un termine marxiano - dell’amore di Dio, sul bisogno di comunità e di solidarietà. Invita ad accettare la sofferenza, ineliminabile malgrado ogni indispensabile e doveroso sforzo. Mette in guardia da una società che punti a nasconderla, sarebbe «disumana».
Critica affondo l’Ateismo il papa tedesco. Anche se ne capisce la ragione «morale»: la presenza intollerabile di male e ingiustizia nel mondo. «Come è possibile che un Dio buono possa permettere questo?» è la domanda cui Ratzinger risponde con una critica: questo non può portare l’uomo a sostituirsi a Dio, ad imporre una sua giustizia valida per tutti, è così si sarebbero create le peggiori «crudeltà e ingiustizie». Richiama alla responsabilità e alle verità di fede papa Ratzinger. Torna ad invitare all’autocritica anche i cristiani, che attenti al presente, sarebbero distanti dalla prospettiva della «vita eterna». Una prospettiva che senza un’adeguata spiegazione potrebbe risultare addirittura «noiosa». Il papa teologo chiarisce e aiuta a riflettere. Ricorda a tutti che il Giudizio universale di Dio, inesorabile, cadrà su ciascuno proprio per una ragione di giustizia. Ribadisce l’esistenza di Inferno, Purgatorio e Paradiso. «Non ci sarà un colpo di spugna». Vi sarà per tutti una giustizia divina. «È impossibile infatti che l'ingiustizia della storia sia l'ultima parola» conclude, ricordando che il «cielo non è vuoto».

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