martedì 4 dicembre 2007

Vincere in nome di dio

Repubblica 4.12.07
Vincere in nome di dio
di Maurizio Crosetti

Kakà ringrazia il Signore per il Pallone d´oro. Bush si sente parte di un disegno divino. Ecco come sportivi e potenti invocano la Provvidenza

«E´ stato Dio a volerlo» ha detto Kakà commentando la vittoria del Pallone d´Oro. Ma il goleador brasiliano non è l´unica star ad aver legato i propri successi a disegni divini. Sempre di più, nello sport come in politica, il trascendente gioca un ruolo chiave. Tutto da ostentare.
Lo ringraziano per una vittoria, e magari per quella stessa vittoria l´avevano anche pregato in ginocchio. Okay, ma per chi tifa Dio? Se poi vince l´altro, che magari è pure ateo, come la mettiamo? Indicano il cielo con un dito dopo un gol, si fanno il segno della croce prima di entrare in campo e poi si baciano la mano che andrà ad accarezzare l´erba. Va bene, ma se la moviola li pesca cinque minuti dopo nel più clamoroso dei bestemmioni?
La partita tra sport e religione è una faccenda complicata, un match a eliminazione diretta tra fede e superstizione, misticismo e magia. Ora se ne parla perché il milanista Kakà ha vinto il Pallone d´Oro («Dio lo ha voluto») e ha dichiarato che a fine carriera diventerà pastore evangelico, una specie di prete bello alla Goffredo Parise, speriamo per lui con più solida vocazione. Ma c´è chi non ha avuto bisogno di aspettare tanto, per la convocazione da parte di quel commissario tecnico imprevedibile che è Dio: Michela Amadori era una pallavolista azzurra, Fabiana Benedettini una campionessa di basket, hanno detto ciao e sono diventate suore. Stefano Albanesi non ha mai vinto il Pallone d´oro, però se la cavava mica male, nel Pescara. Via la tuta, ha indossato la tonaca. Uguale a quelle, antiche e nere, dei preti di oratorio nelle partite in mezzo alla polvere.
«Certe scelte si possono mantenere segrete, però renderle pubbliche può servire a qualcuno in difficoltà». Lo dice Antonietta Di Martino, vice campionessa del mondo nel salto in alto. «Dopo un grave infortunio stavo per abbandonare lo sport, credere in Dio mi ha aiutato molto». Il compagno segreto non cambia solo la carriera, così non vale. Cambia la vita. «Senza la mia conversione all´Islam non sarei stato così famoso in Arabia, Siria, Pakistan. Nel resto del mondo hanno conosciuto Cassius Clay». A dirlo, infatti, è Muhammad Alì. «Nel 1964 sono diventato islamico, poi ho cominciato a non mangiare carne di maiale, poi a non fumare e a non bere alcol. Tutto questo ha accresciuto la mia fede in Allah».
Di solito, Dio entra in campo nell´intervallo, quando l´atleta ha più bisogno di forza. Quando soffre, quando è stanco, quando è ferito. Ma se vi dicono che con la mano ha segnato lui e non Maradona, non credeteci. «Dopo l´infortunio al ginocchio ho avuto molto tempo per pensare, ed è lì che ho cominciato a interessarmi al buddismo». Roberto Baggio ringrazia le cicatrici sulla gamba, un uncinetto ricamato dal bisturi, per essere diventato il buddista più famoso d´Italia. Invece il terribile Mike Tyson si avvicinò all´Islam, o almeno lui dice di averci provato, nella cella di una galera, condannato per stupro. Oppure c´è chi, come Michael Schumacher, assicura di vedere Dio ai trecento all´ora. «Gli credo» commentò il cardinale Tonini. «Chi rischia la vita ogni giorno non può farlo con leggerezza, non può non interrogarsi sul senso dell´esistenza e del nostro stare al mondo».
Dio è un atleta democratico, gli piace giocare accanto ai fuoriclasse come agli sportivi normali. Sulla via di Damasco, anche se quel giorno si chiamava Allah e non Gesù, ha colpito Lew Alcidor, ovvero Kareem Abdul Jabbar, la supernova del basket americano. Ma anche Victor Claudio Vallerini, che faceva il terzino nella Lazio ed entrò in seminario. L´Altissimo chiama in tanti modi. «Non ho mai smesso di credere in lui, e così ho ripreso a giocare» dice Julio Gonzalez, l´ex attaccante del Vicenza che perse un braccio in un incidente stradale e dopo due anni è tornato in campo in Paraguay, dov´è stato tesserato dal Tacuary: non per un´esibizione ma per l´intero campionato. Oppure Kanu, il nigeriano che stava all´Inter e venne operato al cuore, valvola aortica e carriera finita? No. «Dio mi ha aiutato ad essere ancora un atleta, e la mia vita ha più senso di prima».
Il Signore chiama, e chiede. «Ho sentito la sua voce, mi diceva di non giocare più a basket, di rinunciare per lui a qualcosa che amavo davvero, e così è stato». Michael Watson, guardia statunitense che giocò a Jesi e Castelletto Ticino, si tolse canotta e scarpette per sempre. Invece Jonathan Edwars, grande triplista, nel ´91 rinunciò ai campionati del mondo per non dover gareggiare di domenica: una storia molto alla "momenti di gloria". Anche se poi la convocazione/vocazione segue strade misteriose e asimmetriche. C´è Taribo West (ricordate l´interista con le treccine colorate?) che diventa pastore pentecostale ed esercita in casa. C´è il brasiliano Muller, ex del Toro, ricordato per la sua memorabile moglie Jussara più che per le galoppate in area: oggi è pastore protestante, e del resto quasi tutto il Brasile campione del mondo 2002 s´inginocchiò a pregare dopo la finale di Yokohama, mostrando magliette con la scritta Jesus. Oppure c´è Nicola Legrottaglie che alla Juve chiamavano "il meshato" e che ora parla spesso di Gesù. Anche lui, come Kakà, è un novello evangelico: sabato scorso si sono affrontati a San Siro e chissà se si sono menati almeno un po´.
Ancora non inserito nelle sostanze proibite come doping spirituale, Dio forse c´entra qualcosa con le vittorie del ginnasta Igor Cassina o del canoista Antonio Rossi, oppure con gli spari infallibili del tiratore Giovanni Pellielo, o con le piroette sul ghiaccio di Carolina Kostner. Il portiere dell´Atalanta, Ferdinando Coppola, attaccava alla rete un santino della Madonna di Loreto, poi però ha smesso. E Moggi aveva in ufficio un quadretto di Padre Pio: non è bastato per schermargli il telefonino, e comunque la sua trinità erano arbitro e guardalinee. Anche se la migliore rimane il commento a una scritta sul muro di una chiesa di Liverpool, una ventina di anni fa: "Dio salva". Una mano anonima aggiunse "ma Rush segna sulla respinta".
Sacro o profano, qui non si gioca mai in campo neutro. Certo, il rischio dell´amuleto è forte. L´ha corso persino Trapattoni, stringendo l´ampolla con l´acqua benedetta ai mondiali asiatici: forse Budda tifava Corea.

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