martedì 11 dicembre 2007

Elkann e Veronesi, dialogo laico sul «senso della vita»

Corriere della Sera 11.12.07
Elkann e Veronesi, dialogo laico sul «senso della vita»
di Stefano Bucci

Qualche anno fa, era il 1969, l'oncologo francese Leon Schwarzenberg (ministro della Sanità sotto la presidenza Mitterrand) aveva affidato le sue riflessioni di medico e di uomo ad un bellissimo libro, Changer la mort (Cambiare la morte). In certi momenti questo dialogo di Umberto Veronesi con Alain Elkann (Essere laico, Tascabili Bompiani, pp.128, e9) ricorda il libro di Leon Schwarzenberg (forse perché entrambi si ritrovano a combattere lo stesso nemico, forse perché entrambi non disdegnano l'impegno politico). Come quando, ad esempio, raccontano «il rifiuto, la rabbia, lo stupore, la rassegnazione, l'accettazione, la speranza» che si possono leggere negli occhi del malato.
Seguendo le tracce dei suoi precedenti dialoghi con il rabbino Elio Toaff (Essere ebreo), con il Cardinale Carlo Maria Martini (Cambiare il cuore), con il principe El Hassan Bin Talal (Essere musulmano), Alain Elkann incalza stavolta con il consueto garbo il pioniere della lotta contro i tumori in Italia nonché attuale direttore dell'Istituto europeo di oncologia (il ricavato delle vendite del libro è destinato all'associazione «... Sottovoce... » che sostiene i pazienti dello Ieo e le loro famiglie) . Contribuendo a metterne in luce aspetti privati che si trasferiscono in maniera ineluttabile nel suo «modo» di essere medico e di affrontare quotidianamente( «dalla parte di chi cura ») un male terribile.
«Essere laico» per lui (scrive Ferruccio de Bortoli nella prefazione) è credere in una «immortalità che non è quella dei miracoli della fede ma la proiezione illuministica della ragione e della conoscenze, l'immortalità racchiusa nella famiglia, nei figli ai quali consegniamo eredità morali e testimonianze civili». Ma questa convinzione parte da lontano da quel «bambino» che Veronesi è stato e che «condiziona ancora adesso la sua vita». Al pari della figura di una madre «intensamente religiosa, cattolica, che recitava il rosario tutte le sere » (e sarà proprio la sua adorazione per la madre a spingerlo a «proteggere il mondo femminile»).
Il «professore» di oggi si ritrova così nella memoria di una infanzia nella cascina «dove a volte al mattino trovavano il bicchiere dell'acqua ghiacciato». Dopo la guerra abbandona la religione per Marx, ma la vita lo obbliga a confrontarsi con il suo vecchio parroco don Giovanni ammalato di tumore che «lo ringrazierà per la sua carità senza fede». Libertà, tolleranza e solidarietà nei riguardi dei più deboli: questi i principi di Veronesi (che non dimentica nel suo dialogo con Elkann nemmeno le citazioni da Le invasioni barbariche di Denys Arcand e da L'albero degli zoccoli di Ermanno Olmi), uomo convinto che «le religioni siano espressioni e proiezioni dei bisogni politici e culturali delle popolazioni. Ma che non ama però essere definito ateo («perché non posso negare l'esistenza di Dio, piuttosto agnostico»): «Essere laico — per lui — vuol dire essere liberi ma eticamente responsabili, non più nei riguardi di Dio, ma nei riguardi dell'umanità».

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