domenica 2 dicembre 2007

Etica contro ragione: la sfida sbagliata di Papa Ratzinger

l’Unità 2.12.07
Il documento pontificio «Spe salvi» e il suo attacco alla scienza
Etica contro ragione: la sfida sbagliata di Papa Ratzinger
di Pietro Greco

«La scienza non redime l’uomo. La scienza (…) può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa». Non c’è nella nuova enciclica Spe salvi, resa pubblica ieri l’altro, una frase che più di questa esprime tutta l’aura di pessimismo con cui Papa Ratzinger guarda all’uomo contemporaneo. È una frase che difficilmente uno scienziato laico (o un laico tout court) può accettare. Non perché non ne condivide la premessa: nessun uomo (e quindi nessuno scienziato) autenticamente laico - che non serve, quindi, neppure la «religione della scienza» - pensa che la scienza da sola possa redimere l’uomo.
Anzi tutti riconoscono che la scienza possa essere usata per distruggere l’uomo e il mondo. L’affermazione è ormai vera in senso tecnico: sessant’anni fa le nuove conoscenze scientifiche sulla fissione del nucleo di uranio e la loro immediata applicazione tecnologica, con la costruzione delle armi atomiche, hanno consegnato all’umanità, per la prima volta nella sua storia, la possibilità concreta di distruggere se stessa e una parte non marginale della biosfera.
No, la parte della frase che un laico difficilmente può accettare è quella finale: «se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa». Perché con questo richiamo alla necessità dell’eteronomia della scienza, Joseph Ratzinger propone sia una visione dell’uomo in cui ragione ed etica sono irrimediabilmente separate; sia una visione in cui sono cristallizzate in una rigida gerarchia: prima viene l’etica - che è fuori dalla ragione - poi la ragione.
Dopo Charles Darwin non solo gli scienziati laici, ma tutti i laici non possono sottrarsi a una visione naturalistica dell’uomo. Certo la scienza ci propone un naturalismo critico, non rozzamente riduzionista. Ma certamente evoluzionista, che colloca la nostra specie dentro la natura. Con tutte e ciascuna le sue capacità, sia quelle che gli consentono di elaborare i ragionamenti più astratti sia quelle che gli consentono di elaborare giudizi etici. L’una e l’altra - la ragione e le capacità di elaborare giudizi etici - sono il frutto, storico, dell’evoluzione della materia biologica. L’una e l’altra sono emerse nella nostra specie come capacità adattative.
Certo, i comportamenti che nelle diverse culture vengono giudicati buoni - e anche quelle costellazioni di buoni comportamenti che possiamo chiamare sistemi morali - non sono né gli stessi, né equivalenti, né frutto della selezione naturale. Sono, come rimarca Giovanni Boniolo (Il limite e il ribelle, Cortina, 2003) il frutto della cultura dell’uomo. Ma la capacità di esprimere giudizi morali e quindi di costruire sistemi morali - come sostiene Marc Hauser (Menti morali, Il Saggiatore, 2007) - questa è certamente un frutto dell’evoluzione. Appartiene alla natura.
E non è né separata né in conflitto con la ragione. Anzi, come ci spiega tra gli altri Antonio Damasio (L'errore di Cartesio. Emozioni, ragione e cervello umano, Adelphi, 1995) ragione e capacità di elaborare giudizi morali sono caratteri co-evolutivi. Sono emersi insieme nella storia evolutiva della nostra specie. Non è quindi possibile separare la ragione dall’etica. Né è, dunque, possibile proporre una gerarchia di valori. L’etica non viene prima della ragione. E, naturalmente, è vero anche il contrario: la ragione non viene prima dell’etica. Semplicemente ragione e capacità di esprimere giudizi morali co-esistono e co-evolvono.
Non sta a noi, ovviamente, giudicare se questa visione naturalistica dell’uomo sia o meno in contrasto con la religione e, in particolare, con l’insegnamento della Chiesa cattolica. Tuttavia è certo che essa non consegna per necessità a forze che sono fuori dalla ragione - e da quella sua particolare dimensione che è la scienza - il monopolio dell’indirizzo etico. Ancora una volta la capacità, etica, di orientare la ragione e la scienza al fine di migliorare e non peggiorare la condizione umana appartiene all’uomo e non è, necessariamente, fuori dall’uomo. Non era forse proprio quel Francis Bacon cui Joseph Ratzinger nella sua enciclica attribuisce l’idea di scienza come redenzione dell’uomo a sostenere che la «nuova scienza» non doveva (non doveva, anche se avrebbe potuto) essere a beneficio di questo o di quello, ma doveva (anche se avrebbe potuto fare il contrario) essere a vantaggio dell’intera umanità? Non c’era in questo valore universalistico cui aderisce la comunità scientifica già dal Seicento un’intenzione etica che è perlomeno ingeneroso dimenticare? E che oggi possiamo re-interpretare in chiave ecologica, sostenendo che la scienza deve essere a beneficio non di questo o di quello, ma dell’intera biosfera?
Nel naturalismo critico - nel collocare l'uomo per intero, con la sua ragione e con la sua capacità di elaborare giudizi morali, nella natura - non c'è - come temeva
Samuel Wilberforce, l'arcivescovo di Oxford - la base della dissoluzione dei fondamenti etici della società. E non c'è neppure, come sembra temere Joseph Ratzinger, la base di un relativismo etico che uniforma ogni comportamento. Ma al contrario, c'è la base per costruire quell'"etica laica" o, per dirla con Orlando Franceschelli ("La natura dopo Darwin", Donzelli, 2007), quella "saggezza solidale" che costituisce sia un atto di ottimismo e di fiducia nell'umanità sia la premessa per un dialogo senza conflitto tra credenti e non credenti.

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