lunedì 3 dicembre 2007

Il Papa, i laici e l'Onu

LA STAMPA - Il Papa, i laici e l'Onu
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di Gian Enrico Rusconi

Il discorso del Papa, con l'accusa rivolta all'Onu di «relativismo morale», è chiarissimo. È perfettamente inutile che se ne diano interpretazioni più morbide o più corrette. Non inquiniamo dunque con la diplomazia il confronto con le sue tesi.

Le parole del Papa semplicemente riconfermano che, nelle grandi questioni di scelta etica, il contrasto tra una visione religiosa (di stampo cattolico) e una concezione laica coerente (o comunque diversamente orientata) è insuperabile sul piano dei principi. Sorge allora l'interrogativo di come tali incompatibilità possano incidere sulla convivenza di uomini e di donne, di culture e di organizzazioni che si muovono con assunti morali differenti. È difficile capire infatti come si possa stare amichevolmente fianco a fianco o collaborare concretamente sul campo, nelle organizzazioni internazionali, quando qualcuno si ritiene depositario della verità e considera l'altro un immoralista, spregiatore della vita e via dicendo.

Il paradosso è che soltanto una visione laica, che ora viene sistematicamente diffamata come relativista, si fonda sulla convinzione che «il rispetto dell'uomo» incominci proprio dal rispetto delle diversità delle posizioni. Diversità - si badi - non affermata in modo insindacabile, «auto-centrata» (per dirla con il Papa), cioè basata su opinioni personali che si sottraggono al confronto con le altre. Al contrario, tutte le posizioni devono essere sempre e
continuamente argomentabili con tutti, senza pre-giudizio morale. Qui
si manifesta l'equivoco legato all'intervento del Papa. Parlando in
generale di «dignità dell'uomo», di «legge morale naturale», dichiara
di muoversi su un piano di razionalità universale. Questa intenzione è
del tutto ineccepibile e legittima (persino nell'uso dell'espressione
impegnativa di «verità dell'uomo»), purché sappia farsi valere
argomentando in modo convincente. Quelle del Pontefice invece sono affermazioni perentorie, formulate come aut aut, che avanzano il sospetto di incompetenza e di immoralismo su chi ricerca un diverso fondamento etico alle complesse questioni sul tappeto.

Si obietterà che il Papa non può mettersi a fare lezioni di filosofia.
È vero. Ma se intende muoversi su un piano di razionalità, deve sapere che la possibilità di rifarsi a «una legge naturale innata» è oggetto di un'appassionata e approfondita controversia che non può essere ignorata. E razionalità è confronto di ragioni.

Ma il vero equivoco è ancora un altro. L'enorme rilievo delle tesi del Papa non deriva dal loro contenuto ma dalla posizione religiosa di chi le pronuncia. Questo vuol dire che ciò che dà loro peso è il sottinteso dogmatico, religioso, teologico. Ovviamente è legittimo che nella questione della «famiglia naturale» o dell'aborto si introducano motivi religiosi, purché lo si faccia esplicitamente. E si riconosca il limite della loro portata. Invece su questo punto il discorso del
Papa mantiene margini di ambiguità, perché pretende di argomentare in
termini puramente naturali-razionali nel momento stesso in cui
contiene forti suggestioni e appelli di carattere religioso. È un
punto importante. La Chiesa oggi si autopromuove sempre più come
«agenzia etica», «esperta dell'umano» senza volere o potere
esplicitare le motivazioni dogmatico-religiose che la guidano.
Pubblicamente lascia così indeterminato o semplicemente non detto il nesso stretto tra la sua idea di «vita», di «natura», di «dignità umana» e le dottrine tradizionali del peccato o della redenzione in Cristo che le sottendono.

Esplicitare questo nesso la metterebbe in difficoltà rispetto alle altre religioni mondiali. Ma la costringerebbe anche a un confronto assai più serrato con le minoranze laiche che ancora esistono in culture come la nostra, ad esempio, anche se la maggioranza degli italiani preferisce eludere questi problemi.

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