lunedì 17 dicembre 2007

L’aborto e il diritto a non soffrire

L’aborto e il diritto a non soffrire
La Stampa.it del 28 agosto 2007

di Michele Ainis
I «casi difficili», come li chiama Ronald Dworkin, sono la maledizione delle democrazie. Perché in questi casi non esiste una regola specifica da applicare come un teorema matematico, e occorre dunque rivolgersi ai principi. Ma i principi, in una democrazia pluralista, sono anch’essi plurali, e per lo più in competizione o in contraddizione fra di loro. Specialmente quando vengono in campo questioni etiche, le questioni della vita e della morte. Allora ogni democrazia si trova nuda, esposta all’errore. Ogni sua decisione diventa controversa, e la controversia taglia in due la società con un coltello. Come accade nella vicenda dell’aborto selettivo effettuato all’ospedale San Paolo di Milano, oggetto d’una nota al vetriolo da parte dell’Osservatore Romano.

Converrà anzitutto riepilogare i fatti, depurandoli dall’eco confusa e crepitante dei commenti. Una trentottenne milanese, già madre di un bambino, rimane incinta d’una coppia di gemelle. Alla quindicesima settimana la diagnosi prenatale mostra alterazioni cromosomiche su uno dei due feti, vittima della sindrome di Down. La donna chiede d’interrompere la gravidanza su quel feto, per proseguirla con la gemella sana. Tre settimane dopo i medici intervengono, ma sbagliano bersaglio: probabilmente nel frattempo le gemelle si erano spostate. A quel punto praticano l’aborto anche sull’altro feto.

Un doppio omicidio, come ha sentenziato il Vaticano? Un abuso figlio della «cultura della perfezione», che accetta solo il bello, sbarazzandosi senza troppi complimenti di quanto può turbare il nostro sguardo? Ed è la 194, la legge sull’aborto approvata dal 68 per cento degli italiani mediante referendum, la responsabile d’un tale misfatto? Davvero quella legge non è altro che un monumento all’eugenetica, come di nuovo accusa il Vaticano? Almeno a quest’ultimo riguardo, la risposta non ammette chiaroscuri: dopo i primi 90 giorni l’interruzione della gravidanza è lecita per salvare la vita della madre, o altrimenti di fronte a malformazioni del feto che mettano a repentaglio la «salute fisica o psichica» della stessa madre. Non c’è insomma un diritto ad avere figli sani; c’è solo il diritto a non soffrire. Questo diritto viene assicurato dalla legge alla gestante, ma in qualche modo pure al nascituro. Tanto che nel 1967 la Corte suprema del New Jersey riconobbe un danno risarcibile a un bimbo ritardato, la cui madre aveva contratto la rosolia senza che i medici l’avvisassero di ogni conseguenza. Un caso analogo a quello di Nicolas Perruche, anch’egli vittima della rosolia materna, anch’egli risarcito dalla Cassazione francese nel 2000 per essere venuto al mondo sordo, muto, paralitico.

Ma la sofferenza non si può esorcizzare soffiando sulla lanterna del diritto. La nostra società ha fatto del dolore una vergogna, della morte un tabù. Tuttavia il dolore ci accompagna, e la morte è il nostro destino. Questo ci pone ogni giorno dinanzi a scelte dolorose, come individui e come corpo collettivo. Sono le «scelte tragiche» del diritto, come le ha definite nel 1996 una sentenza costituzionale redatta da Gustavo Zagrebelsky: in quella circostanza era in gioco la legittimità della vaccinazione contro la poliomielite, che salva i più, ma che statisticamente è causa d’infezione per alcuni disgraziati. Anche il caso della gravidanza gemellare reclama una scelta lacerante, quando l’aborto d’uno dei due feti costituisca il solo mezzo per salvare l’altro feto. Qui non c’entra nulla l’eugenetica se i medici ti dicono che altrimenti i tuoi gemelli moriranno entrambi. Se fosse stata questa la scelta obbligata della gestante di Milano, sarebbe giusto pretendere il silenzio. Ma in generale il silenzio è la migliore forma di rispetto per le decisioni che chiamano in causa la responsabilità delle persone, la loro coscienza, i loro sentimenti. E a sua volta la democrazia è l’unica forma di governo che asseconda tali decisioni, senza affidarle a un carabiniere o ad una guardia svizzera.

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