mercoledì 19 dicembre 2007

Libertà religiosa, lo stop della Cei: errore parificare i cattolici agli altri

Libertà religiosa, lo stop della Cei: errore parificare i cattolici agli altri

La Repubblica del 17 luglio 2007, pag. 25

di Marco Politi

Pollice verso della Cei nei confronti del progetto di legge sulla libertà religiosa, che invece piace molto alle altre confessioni. I vescovi respingo­no l'idea che la Chiesa cattolica sia uguale alle altre confessioni. E criticano il fatto che il princi­pio di laicità sia la base della li­bertà concessa a tutte le fedi.



Portatore del giudizio negati­vo, durante l'audizione in com­missione Affari costituzionali della Camera, è stato il segreta­rio della Cei monsignor Giuseppe Betori. Il concetto di laicità — ha criticato — «è più vicino al modello francese che non alla tradizione italiana». Inoltre il progetto «rischia di omologare la Chiesa cattolica e le altre con­fessioni religiose» nei rapporti con lo Stato.



Per la Cei suscita «sorpresa e preoccupazione» l'introduzio­ne del principio della laicità come fondamento della legge sul­la libertà religiosa. Per i vescovi dovrebbe essere il contrario, e cioè che «il diritto alla libertà re­ligiosa strutturi il principio di laicità». Qui però la gerarchia ecclesiastica sbaglia: la Corte Costituzionale ha già ricono­sciuto la laicità come principio supremo dell'ordinamento giuridico. Il che è evidente. In base alla laicità lo Stato non può ispirarsi né ad un'ideologia né ad una religione e ogni credo è uguale davanti alla legge.


Proprio questo, invece, di­sturba la Cei, che dai privilegi concordatari vuole dedurre uno status di rango più elevato per la fede cattolica. Betori è stato polemico: «L'inserimento del principio di laicità nell'ordi­namento mediante una legge sulla libertà religiosa e la sua af­fermazione quale fondamento di una tale libertà appare singo­lare e forzata». Duro anche il giudizio sulla disciplina paraconcordataria dei matrimoni religiosi di altre fedi. Intanto perché c'è il rischio di introdur­re istituti in contrasto con prin­cipi irrinunciabili della legge italiana. I musulmani, ha ricor­dato Betori, prevedono «forme di poligamia» e «non si possono riconoscere effetti civili a questi matrimoni». Ma c'è un aspetto più generale, che da ragione ai vescovi: in molti paesi di altre culture il rito religioso è cosa di­versa dal matrimonio come istituto giuridico e non ha senso inventare in Italia un «matri­monio religioso» per fedi che non lo hanno. «Nel mondo musulmano — sottolinea in pro­posito Souad Sbai, leader del­l'associazione donne maroc­chine — il contratto matrimoniale si fa dal notaio ed è assur­do trasformare gli imam in mi­nistri del culto». In ogni caso il prelato ha ammonito che l'integrazione di nuovi gruppi etnici non può portare al cedimento di fronte a «dottrine o pratiche che suscitano allarme sociale». L'audizione di Betori, inizia­ta con parole di apprezzamen­to, è stata scandita da una raffi­ca di giudizi negativi sugli aspetti «problematici e non condivisibili» del progetto. La Cei teme le norme che riguar­dano l'accesso delle altre fedi al servizio pubblico radiotelevisi­vo. Chiede approfondimenti a proposito del «registro delle confessioni» e dei «diritti delle confessioni» iscritte. E non è d'accordo su come il testo disci­plina la materia degli edifici di culto né sull'equiparazione au­tomatica delle confessioni e as­sociazioni religiose alle Onlus ai fini della destinazione del 5 per mille e delle donazioni. Me­no che mai la Cei accetta che il trattamento delle altre fedi ri­calchi il regime giuridico «bila­teralmente previsto per la Chie­sa cattolica». Insomma, uno stop su tutta la linea.

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