giovedì 20 dicembre 2007

Quando la Chiesa si ammala di vittimismo

Quando la Chiesa si ammala di vittimismo

La Stampa del 1 maggio 2007, pag. 1

di Gian Enrico Rusconi

La tesi di Marcello Pera sulla «Europa vero nemi­co della Chiesa», esposta ieri in questo stesso spazio del giornale, è inconsistente. Anzi è sba­gliata, perché è costruita sulla confusione tra «laicismo» come presunta ideologia dominante in Europa e principio di laicità delle istituzioni europee.



Detto questo, la tensione tra Parlamento europeo e Chiesa cattolica è un fatto che va seguito con attenzio­ne. Ma le considerazioni di Pera sono parte del proble­ma stesso. Partono infatti dal presupposto che le que­stioni di merito sul tappeto (riconoscimento giuridico delle coppie di fatto, in particolare di quelle omosessua­li) siano semplicemente il pretesto per attaccare il cristianesimo e la Chiesa. Non sono cioè oggetto e motivo di legittime (ovviamente discutibili) differenze di visio­ni culturali ed etiche che realizzano il principio stesso del pluralismo etico, fondamento della laicità. In realtà secondo Pera queste sono soltanto chiacchiere che co­prono il relativismo nichilista, che ora trova (finalmen­te, sembra dire) il suo vero nemico nella Chiesa.



Il contrasto si concentra sul riconoscimento dello status giuridico delle coppie omosessuali, fermamente respinto dalla Chiesa. A questo proposito ammettiamo pure che l'accusa di omofobia rivolta in termini genera­li alla Chiesa sia ingiusta.



Ma il vero punto è perché proprio questa questione stia di fatto bloccando ogni pos­sibilità di autentico dialogo tra i laici e i so­stenitori delle tesi della Chiesa, azzerando , ogni altra problematica. Perché mai è di­ventata una discriminante insuperabile.



Mi chiedo se gli uomini di Chiesa, in prima linea gli ita­liani, anziché atteggiarsi a vittime del laicismo europeo, non debbano interrogarsi sugli effetti della loro strategia comunicativa. Dando alla Chiesa il profilo ormai dominan­te di «unica istituzione che difende la famiglia», rischiano di favorire un paradossale impoverimento del messaggio religioso e teologico nel discorso pubblico. La centralità quasi esclusiva data ai rapporti interpersonali e sessuali nasconde una singolare afasia teologica - ovvero l'incapa­cità di comunicare con altrettanta enfasi - su un'infinità di altri temi. Qual è il nesso teologico tra la fissazione sulla «famiglia naturale» e i fondamentali cristiani della reden­zione, della salvezza o del peccato originale?


Oltre gli anatemi dei clericali italiani

Occorre tuttavia fare una precisazione, a livello europeo. Marcello Pera confonde Chiesa e religione con quella cat­tolica (anzi con le direttive della Cei). In Europa invece ci sono altre Chiese cristiane che hanno posizioni più artico­late sulle tematiche anche omosessuali. Soprattutto non si sognano di attaccare le istituzioni europee o di conside­rarle un covo di anti-cristianesimo perché non condivido­no le loro posizioni.



A questo proposito è bene ricordare quale è la situa­zione delle Chiese in Europa, al di là degli anatemi dei cle­ricali italiani. Mi riferisco al testo del Trattato costituzio­nale, che non è entrato in vigore ma recepisce quanto è già presente in altri documenti dell'Unione. Il testo quin­di riproduce la realtà europea. Ebbene l'Ue riconosce a pieno titolo le Chiese (al plurale!) come organizzazioni di interessi spirituali e morali di milioni di cittadini. Asse­gna loro a livello europeo una posizione oggettivamente rilevante, non inferiore a quella che godono nei rispettivi paesi membri. In particolare l'articolo 52 recita che l'Unione «rispetta e non pregiudica lo status previsto nel­le legislazioni nazionali per le Chiese e le associazioni o comunità religiose degli Stati membri». Aggiunge che vuole mantenere nei loro riguardi «un dialogo costante», «riconoscendone l'identità e il contributo specifico». Na­turalmente lo stesso articolo ha cura di aggiungere che l'Unione europea «rispetta ugualmente lo status delle or­ganizzazioni filosofiche e non confessionali».


Una leadership informale

Le Chiese dunque sono riconosciute parte rilevante, istituzionale, della società europea, anche se la norma­tive giuridiche e le sensibilità religiose variano da pae­se a paese. La Chiesa cattolica, ben collaudata nei suoi rapporti diplomatici, non nasconde la sua ambizione di svolgere a livello europeo un ruolo informale di leader­ship, quasi extra-istituzionale. Ma è più difficile di quanto non appaia, non già per un pregiudizio laicisti­co, ma perché l'Europa è una istituzione laica o «secola­re» dove le Chiese non possono pretendere un tratta­mento preferenziale o di sottrarsi a dissensi polemici. Che poi alcuni farabutti ne approfittino per minacciare uomini di Chiesa è un motivo in più per affrontare con reciproca serietà tutto il problema.