sabato 8 dicembre 2007

Se tra cattolici e laici il dialogo è una finzione

Repubblica 7.12.07
Anticipazione/ Su "MicroMega" in edicola oggi venti saggi sulla laicità
Se tra cattolici e laici il dialogo è una finzione
di Gian Enrico Rusconi

Non si può certo dire che la Chiesa oggi manchi di influenza pubblica, anzi ci si chiede fino a che punto la situazione sia normale

In Italia il dialogo tra cattolici e laici è ormai una finzione diplomatica. E un calcolo di convenienza politica e di aritmetica elettorale. E´ impossibile persino intendersi su chi sia laico e/o cattolico (o credente - come si continua a dire per inerzia convenzionale). Tutti in Italia infatti si dichiarano laici. Anche se spesso aggiungono di esserlo in modo «sano», «nuovo» o semplicemente «vero». Sono aggettivazioni superflue che dissimulano la semplice realtà che i laici in Italia sono una minoranza. Intanto cresce la tendenza a un outing religioso affidato a dichiarazioni soggettive insindacabili, senza alcun rilievo teologico.
Sociologi (e monsignori) scambiano tutto questo come «ritorno delle religioni», dimenticando che la religione tradizionale era in grado di produrre «condotte di vita» sulla base di alcuni riferimenti dogmatici, non disinvolti «stili identitari» meramente soggettivi.
Ma la qualità del consenso che oggi la religione-di-chiesa chiede agli italiani non prevede alcuna specifica competenza teologica. Il suo punto di forza è la rivendicazione del monopolio dell´etica, basato sulla presunta «naturalità» o «razionalità» dei suoi argomenti e delle sue proposte. L´obiettivo del «discorso pubblico» della Chiesa - quello che davvero le sta a cuore per determinare l´etica pubblica - è oggi innanzitutto la difesa della famiglia «naturale» e/o della «vita», collocata in un´indiscutibile («non negoziabile») visione normativa.
Questa visione è dichiarata espressione di un ethos comune, condivisa presuntivamente da tutti gli italiani e quindi da sostenere con dispositivi di legge vincolanti per tutti. Si crea così uno stretto nesso tra una particolare dottrina della natura umana e la presunzione che essa sia condivisa dalla stragrande maggioranza della popolazione. Verità di natura e sentimento popolare festeggiano la loro unione felice. La religione cattolica è promossa a fattore di integrazione sociale, a surrogato di religione civile degli italiani. Naturalmente ci sono consistenti minoranze di credenti che non condividono questa impostazione, ma lo fanno con voce flebile e prudente, benevolmente tollerati dalla gerarchia. Di fatto extra romanam ecclesiam nulla vox.
Tutto questo pone la questione, che qui ci sta a cuore: il rapporto di cittadinanza tra cittadini credenti-di-chiesa e gli altri.
Prima di procedere oltre, mettiamo a fuoco il concetto di «discorso pubblico». Nel modo di parlare corrente esso è usato come sinonimo di «sfera pubblica», a sua volta fatta coincidere con «spazio mediatico». Indica l´insieme dei processi comunicativi che in una società democratica sono aperti per definizione a tutti - individui, gruppi, istituzioni e organizzazioni. Nella sfera pubblica ha luogo anche il confronto degli uomini di scienza sotto forma di interventi pubblicistici sempre più frequenti e apprezzati dalla stampa.
Su questo sfondo - a mio avviso - sarebbe opportuno riservare al concetto di «discorso pubblico» il significato più specifico di operazione che mira strategicamente (per tempi, modi e destinatari) a trasformare convinzioni di parte in norme di legge che valgono per tutti. Soltanto facendo questa distinzione si possono evitare alcuni equivoci. Ad esempio, quando la Chiesa lamenta di essere ostacolata nel suo «discorso pubblico», mescola due situazioni molto diverse.
Confonde l´accesso alla sfera pubblica e mediatica, di cui palesemente la Chiesa non soffre nel nostro paese, con la capacità di far valere senz´altro le sue dottrine presso la grande opinione pubblica e soprattutto presso la classe politica - in materia di rapporti familiari, di sessualità o sui temi scientifici che hanno significativi effetti pratici (l´insegnamento della teoria dell´evoluzione nelle scuole). Soltanto in questo secondo caso si tratta di «discorso pubblico» in senso forte, orientato a essere politicamente influente ed efficace. Ma anche a questo riguardo non si può certo dire che la Chiesa oggi manchi di influenza pubblica. Anzi sorge l´interrogativo sino a che punto la situazione italiana debba considerarsi del tutto normale per una democrazia o non nasconda invece pericoli di distorsione. O detto in altro modo: nasce l´interrogativo se appartenenze particolari, religiose non si sovrappongano, con le loro pretese identitarie, alla cittadinanza costituzionale, cedendo a tentazioni comunitariste.
Torniamo alla de-teologizzazione dell´atteggiamento religioso, di cui parlavamo sopra, fenomeno in generale trascurato o rimosso da teologi e analisti culturali. L´approccio etico-religioso oggi dominante mantiene sfocati (o semplicemente non detti) i riferimenti ai grandi dogmi teologici della colpa originale, della redenzione, della salvezza che storicamente sono (stati) tutt´uno con la dottrina morale della Chiesa. Oggi questi temi teologici sono diventati quasi incomunicabili a un pubblico religiosamente de-culturalizzato. La dottrina millenaria della «natura decaduta con il peccato», che ha sostenuto teologicamente le indicazioni morali tradizionali, viene tacitamente dichiarata obsoleta senza convincenti spiegazioni. La teologia morale è interamente assorbita dalla tematica della «vita» e della «natura» con modalità che rischiano di farla cadere in forme di bio-teologismo o di risacralizzazione naturalistica carica di risentimento verso le scienze biologiche e le teorie dell´evoluzione.
In questo contesto non è facile collocare la strategia comunicativa di papa Ratzinger che talvolta sembrerebbe muoversi in controtendenza quando insiste sui motivi del logos, della ragione e dell´«illuminismo» (Aufklarung). Ma alla fine il suo modo di argomentare attorno alla «razionalità della fede» porta anch´esso alla critica contro la scienza.

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