lunedì 17 dicembre 2007

Senza laicità, sarà la fine del sionismo

Senza laicità, sarà la fine del sionismo

Il Riformista del 20 luglio 2007, pag. 1

di Anna Momigliano

Molto presto lo Stato d’Israele, così come la conosciamo, potrebbe non esistere più. Tra appena dodici anni, infatti, se le statistiche sono corrette, la maggioranza della popolazione israeliana sarà anti-sionista. Del fattore demografico, una vera e propria bomba a orologeria per i sostenitori dell’ideale sionista, si è già detto e scritto molto: dopotutto, fu anche la crescita costante della popolazione araba israeliana a spingere Ariel Sharon al ritiro da Gaza. Eppure, a guardare bene i numeri, non sono gli arabi a minacciare l’attuale assetto di Israele, almeno non solo. Il problema sono gli ultra-ortodossi, che non riconoscono Israele come lo Stato degli ebrei. Se n’è accorto, di recente, un giornalista di Haaretz, Nehemia Shtrasler, il quale ha notato che già oggi ultra-ortodossi e arabi raggiungono, insieme, la maggioranza della popolazione israeliana. Moltissimi sono ancora bambini, ma Shtrasler ha calcolato che già nel 2019 arabi israeliani e ultra-ortodossi costituiranno la metà della popolazione votante, con un conseguente stravolgimento della politica israeliana: «Sarà la fine del sionismo», sostiene il giornalista.


Il corollario sionista si basa sul concezione di uno Stato, laico e democratico, a maggioranza ebraica: Theodor Herzl, dopotutto, parlava di uno Stato degli ebrei (Judenstaat), e non di uno Stato ebraico (il termine, spesso usato impropriamente per indicare Israele, fa ancora accapponare la pelle ai sionisti duri e puri). Non appena viene a cadere uno di questi tre elementi - laicità, democrazia e maggioranza ebraica - il progetto sionista viene meno.


Gli ebrei ultra-ortodossi (in ebraico haredim, pii) sono una comunità in continua espansione, come gli arabi israeliani fanno molti più figli degli ebrei laici e come gli arabi israeliani, pur vivendo pacificamente con il resto della popolazione, non riconoscono la natura sionista di Israele. La maggioranza degli ultra-ortodossi, che non vanno confusi con i sionisti religiosi (in ebraico datiim, o religiosi, a colpo d’occhio li si riconosce per l’abbigliamento più moderno), non riconosce la sovranità di Israele. La loro opposizione da un lato nasce da una fisiologica antipatia per le autorità secolari, dall’altro da credenze specifiche.



Il Talmud (Ketubot 111) spiega che gli ebrei non devono ritornare alla loro terra pri­ma della venuta del Messia. Per chi segue un'interpretazione letterale del Talmud, quin­di, il sionismo è una vera e propria eresia. L'atteggiamento degli ebrei ultra-ortodossi non è però così univoco. Tecnicamente, tutti respingono il sionismo. Ma di fatto alcune correnti ostacolano apertamente Israele, per esempio i Latvish Satmar, o i Neturei Karta (questi ultimi vantano pure una sincera amicizia con Ahmadinejad), mentre altre (per esempio i Lubacitch, considerati molto moderni) hanno accettato di fatto l'esistenza di Israele, chiudendosi in quello che potrebbe definirsi un «silenzio assenso». Alcuni accet­tano persino di votare, nel tentativo di rendere Israele quanto meno eretica possibile, e hanno fondato persino un partito, chiamato "Bandiera della Torah".


Insomma, anche i più rigidi osservanti delle scritture possono dimostrare un certo senso pratico, ed è difficile pensare che quando gli ulta-ortodossi saranno la maggioran­za della popolazione propongano di smantellare lo Stato di Israele. Il rischio, piuttosto, è che la crescita della popolazione ultra-ortodossa possa comprometterne la laicità. E anche questo, in fondo, sarebbe una sconfitta per Herzl e per il suo sogno di uno Juden­staat. Insomma, la fine del sionismo.

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