mercoledì 19 dicembre 2007

Unioni civili, tutti sconfitti

Unioni civili, tutti sconfitti

Il Manifesto del 19 dicembre 2007, pag. 6

di Eleonora Martini

All'indomani del voto in Campidoglio che ha bocciato il registro del­le unioni civili a Roma, nessuno nel centrosinistra fe­steggia davvero. Nemmeno nel­la compagine cattolica del Pd, dove alla soddisfazione di aver mantenuto l'unità del partito vincendo il braccio, di ferro inter­no si è aggiunta però l'amarez­za di vedere dissolta la coalizio­ne di maggioranza capitolina. E le onde del sisma locale si sono rapidamente propagate ieri fino agli scranni parlamentari nazio­nali, a testimonianza del grande valore simbolico della battaglia politica giocata nell'aula Giulio Cesare sul terreno dei diritti civi­li. «Il no del Campidoglio - ha detto ieri nel coro del centrode­stra Isabella Bertolini, vicepresi­dente dei deputati di Forza Italia - rappresenta il de profundis per i Cus», il ddl sui Contratti di unione solidale (ex Dico) licen­ziato dalla commissione Giusti­zia del Senato che deve ora pas­sare all'esame dell'Aula. In Parla­mento, spiega Bertolini, i Cus non supereranno mai lo scoglio della «ferma opposizione nostra e di tutti i moderati dell'Unio­ne». Con toni e argomentazioni diverse, la ministra della Fami­glia Rosi Bindi conferma però la sostanza: per le unioni solidali la maggioranza non si troverà, di­ce, «anche a causa di alcuni pro­fili incostituzionali». Questo il di­battito italiano nel giorno in cui anche dall'Ungheria arriva la no­tizia dell'approvazione del regi­stro nazionale delle unioni civili, anche omosessuali.



Eppure c'è chi non ha inten­zione di arrendersi alla suprema­zia degli equilibri politici meno che mai quelli imposti dal Vati­cano, e rilancia: «Ora la parola passa di nuovo alla cittadinan­za», ha spiegato ieri il consiglie­re capitolino socialista Gianluca Quadrana dando notizia della decisione del suo partito e dei Radicali di presentare domanda per un referendum comunale consultivo sul registro delle unio­ni civili. «Facciamo appello a tut­te le forze di sinistra, i partiti che credono ancora nella laicità del­lo stato, le associazioni, i sinda­cati, e tutto il movimento lgbt-continua - affinchè ci aiutino a raccogliere in tre mesi le 50 mila firme necessarie. È un obiettivo impegnativo, è vero, ma il quo­rum di approvazione previsto dal regolamento comunale ro­mano è solo del 30%». Per il se­gretario nazionale dell'Arcigay Aurelio Mancuso «non è affatto una cattiva idea». Lo dice con prudenza perché è presto per esprimersi: «Per il momento l'unica certezza è che a metà marzo riempiremo di nuovo Ro­ma con la manifestazione nazio­nale "Liberitalia, libero amore in libero stato"». Mancuso non na­sconde però la delusione delle associazioni lgbt per il no al regi­stro anche perché, spiega, «non è solo una battaglia ideologica». Come nelle altre decine di città italiane dove il registro già esi­ste, infatti, «l'estensione di diritti alle coppie registrate dipendono dai regolamenti attuativi dei co­muni - continua Mancuso - per esempio il diritto di prelazione sull'assegnazione delle case po­polari garantito ai conviventi more uxorio eterosessuali sareb­be esteso anche alle coppie omosessuali». «Quella scritta lunedì è una pagina nera della politica italiana», aggiunge Paola Concia, presidente di DiGay Project, vicina ai Ds. «Siamo stretti tra questo Vaticano fragile e perciò aggressivo come i suoi portavoce, e una politica solo fragile, che si arrocca su posizioni rigi­de. Stanno facendo carne da ma­cello delle nostre vite, ma su que­sta battaglia dei diritti civili si sta giocando altro: c'è il disegno del Vaticano di distruggere il Pd per­ché rappresenta un passaggio storico, l'unità tra riformisti e cattolici. Per questo chiedo al Pd di non cedere e rilanciare il fo­rum sui diritti civili».


Per la sinistra invece la sconfit­ta «non è politica, ma dell'intera città», come dice la consigliera Prc Adriana Spera: «Roma non è la città bigotta che vorrebbero, è una metropoli che vede aumen­tare ogni anno il numero di cop­pie di fatto e diminuire i matri­moni civili e religiosi». Dall'altra parte della maggioranza il consi­gliere dielle Amedeo Piva, anche lui protagonista della tentata me­diazione: «È stata un'inutile sfi­da tra la sinistra e il Pd. Senza fi­ducia reciproca c'è solo scontro frontale», dice negando che il naufragio sia avvenuto sullo sco­glio di quelle due paroline indici­bili all'ombra del Cupolone: «unioni civili». «H registro avreb­be solo creato tensioni con una parte della nostra città», aggiun­ge. Ed è inutile chiedergli di qua­le parte stia parlando.

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