martedì 5 febbraio 2008

Sotto il vento di capo Vaticano

Sotto il vento di capo Vaticano
Il Manifesto del 5 febbraio 2008, pag. 1

di Carlo Flamigni

I ginecologi romani - ma sarebbe più giusto dire «una parte dei ginecologi romani» - hanno firmato un documento, che con rara tempestività è stato reso noto proprio in concomitanza con l'ennesima giornata cattolica in favore della vita, documento nel quale stabiliscono alcuni principi di grande rilevanza per il nostro povero paese: il primo di questi principi riguarda la rianimazione dei feti che, deve essere tentata in qualsiasi epoca di gravidanza e quale che sia il peso del neonato.



Il secondo principio (che ho dovu­to rileggere più volte, non riuscen­do a credere che si potesse arrivare a tanto) afferma che la rianimazio­ne deve essere eseguita anche se la madre è contraria. Questa dichiara­zione si inserisce in un dibattito molto acceso che i cattolici, medici e non medici, hanno ritenuto di do­vere aprire e che riguarda le interru­zione delle gravidanze dopo il 90° giorno di gestazione, che secondo i nemici della legge 194 dovrebbero essere eseguite non più tardi della 23ma settimana e per le quali do­vrebbe essere comunque prevista la rianimazione dei feti nati vivi (di miracoli, per ora, non si parla).



La prima obiezione è che le riani­mazioni dei feti nati prematura­mente devono essere fatte solo do­po aver valutato attentamente ogni singolo caso: inutile, ad esempio, farla alla 22ma settimana quando non c'è speranza concreta di sopravvivenza; molto discutibile alla 23ma quando inizia qualche palli­da chance, ma con rischi di gravi handicap spaventosi; non vedo molto senso nel tentare di rianima­re un feto anencefalico, privo di cer­vello, o affetto da agenesia renale.



La seconda obiezione la muovo alla scelta di dar fiato alle trombe dopo aver approvato un documen­to assolutamente inutile, almeno per la sua parte predominante. La legge 194 chiarisce già senza om­bra di dubbio le stesse identiche co­se e le dice anche un po' meglio: «Quando l'interruzione della gravi­danza si renda necessaria per immi­nente pericolo per la vita della don­na l'intervento può essere praticato anche al di fuori delle procedure previste.... Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l'in­terruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui al­la lettera a) dell'articolo 6 ( cioè quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna) e il medico che esegue l'intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguarda­re la vita del feto».



In queste circostanze non si può chiedere di interrompere una gravi­danza perché il feto è portatore di una malformazione o perché la donna ha un problema psicologi­co, valgono solo le minacce più gra­vi per la sua salute fisica, quelle che mettono a rischio la sua vita, cioè si configura uno stato di necessità. E' logico che in una circostanza co­me questa la prima persona a im­plorare che si faccia di tutto per sal­vare il bambino sarà sua madre, co­sì come è logico che il medico cer­cherà di dilazionare l'intervento in modo da offrire al feto le migliori possibilità di sopravvivenza. Stan­do così le cose, mi permetto di defi­nire questa parte del documento in questione pura aria fritta.



Purtroppo è la seconda parte del documento a meritare le critiche più severe. Per i ginecologi romani, la madre, i genitori, coloro che persino il senso comune più trito ci fanno considerare come i protago­nisti veri di queste drammatiche vi­cende, non debbono essere neppu­re ascoltati, debbono restare fuori dalla stanza nella quale si prendo­no le decisioni che riguardano il lo­ro bambino. Il documento assume a questo proposito toni di ipocrisia molto sgradevoli, perché allude ai tentativi obbligatoli di rianimazio­ne come a passaggi necessari per prendere tempo, per chiarirsi le idee, per poter portare al padre e al­la madre un elaborato più verosimi­le e consentire loro scelte più razio­nali. In realtà, chiunque abbia un minimo di esperienza ospedaliera sa bene che gran parte di queste tragedie sono annunciate, perché riguardano donne portatrici di ma­lattie croniche, di malformazioni uterine, di problemi clinici la cui conclusione prevalente è proprio quella del parto prematuro.



Vorrei che i ginecologi romani ra­gionassero su alcune semplici co­se: sbattere fuori dall'uscio i genito­ri non è solo crudele e immorale, è anche stupido. La maggior parte delle terapie che vengono attuate dai rianimatori di questi feti sono sperimentali, anche perché non è possibile considerare un feto nato alla 24ma settimana come un ometto piccolo piccolo, per il qua­le valgono le stesse regole applica­bili agli adulti. Immagino che tutti sappiano che le cure sperimentali debbono essere accettate dopo un consenso informato particolarmen­te scrupoloso e spero che nessuno pensi che possa essere lo stesso fe­to ad accettarle. Dunque sono i genitori i protagonisti di queste deci­sioni, e sono gli stessi genitori a do­ver dire la loro opinione sull'oppor­tunità di rifiutare le cure, visto che è la nostra Costituzione a stabilire insieme il diritto di ogni cittadino a essere curato e a rifiutare le cure che gli vengono proposte.



In genere l'aria fritta è priva di ef­fetti collaterali, ma questa volta qualche preoccupazione me la pro­cura. Accade infatti che il primo in­tervento utile quando si voglia mi­gliorare la prognosi di un feto che ha cessato di crescere in utero e che da segni evidenti di sofferenza, è quello di intervenire con un ta­glio cesareo. Mi chiedo cosa potrà mai accadere se la madre rifiuterà di sottoporsi all'intervento e mi chiedo in che termini il cesareo le sarà proposto. Mi chiedo che sen­so abbia imporre a una famiglia un nuovo figlio portatore di gravissimi handicap, una pianta che esige at­tenzioni e cure come se fosse un es­sere umano ma che di umano ha ben poco. Mi chiedo se la contrap­posizione tra il principio della sacralità della vita e l'attenzione alla qualità della vita non sia giunto a una fine traumatica e non abbia vinto fraudolentemente il primo.



Molti colleghi mi hanno chiesto di interpretare le ragioni di questa iniziativa dei ginecologi romani. Ho risposto che non può essere un caso che si tratti di medici universi­tari romani: le Università romane hanno sempre guardato con attenzione alla direzione del vento, e non è un caso che il vento spiri og­gi, con forza, da capo Vaticano.

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