giovedì 20 dicembre 2007

Chi difende la laicità

Chi difende la laicità
L'Unità del 4 maggio 2007, pag. 1

di Carlo Flamigni
Non entrerò nel nuovo partito democratico per molte ragioni. L’elenco di questi motivi lo hanno già fatto molti compagni, Mussi per primo, ha poco senso elencarli di nuovo. Una di queste ragioni, però, è così importante che, quando ne ho scritto, proprio su questo giornale, alcuni giorni prima del congresso di Firenze ero convinto che avrebbe fatto discutere. Non è stato così, e la mia curiosità e i miei dubbi sono ancora aumentati. Perciò non seccatevi se ritorno su quell’argomento.

Il mio articolo, in realtà, era una sorta di lettera aperta a Fassino, e, naturalmente, ai compagni che hanno deciso di seguirlo in questa (non facile) impresa. Riassumo i contenuti: il Pontefice, scrivevo, sta cercando di imporre un’etica molto conflittuale e perentoria, quella della verità. Per lui esiste, naturalmente, solo una verità, quella rivelata dalla sua fede: su questa verità non è possibile discutere; a questa verità non è possibile sottrarsi.

Achi lo richiama alla opportunità di confrontare questa verità con quella degli altri, il papa risponde e risponderà non possumus. Ebbene, il mio timore era ed è tuttora che almeno una parte dei cattolici della Margherita (una buona parte, a dir il vero), plurale di maestà a parte, risponderà nello stesso modo a quanti volessero ragionare, nel nuovo partito, sui temi che vengono definiti come eticamente sensibili: non possumus. E poiché io non credo che si possa costruire un partito su queste premesse (cioè, per evitare equivoci, sulla impossibilità di dialogare e di mediare su temi che riguardano, solo per fare un esempio, i diritti individuali e la democrazia) chiedevo a Fassino di portare al congresso l’assicurazione di questi nuovi compagni che quel non possumus non l’avrebbero mai pronunciato.

Come vedete ho rinunciato, fino a questo momento, a parlare di laicità: e non perché non sia convinto che questo è il valore più importante sul quale si deve fondare un Partito democratico e di sinistra, ma perché i molti interventi, le troppe definizioni, gli infiniti distinguo, gli strampalati arzigogoli degli ipocriti, degli ignoranti e dei bugiardi non consentono più di usare con semplicità questa semplicissima parola. Se non fosse così avrei concluso questo discorso molto rapidamente, ricordando a tutti che la laicità rifiuta le verità rivelate e non accetta graduatorie di valori etici. Poiché così, come tutti sapete, non è, lascio da parte le definizioni e i principi teorici e mi limito a elencare i temi che i filosofi laici (Eugenio Lecaldano, Carlo Augusto Viano, Maurizio Mori non me ne vorranno se saccheggio i loro scritti) considerano parte fondamentale del loro pensiero, temi sui quali, lo ricordo ai compagni che mi leggono, il Partito Democratico non potrà neppure discutere perché gli interlocutori naturali, a quanto mi è dato capire, non potranno.

L’etica laica, che ragiona etsi deus non daretur, come se dio non ci fosse, sostiene il principio della qualità della vita, in contrasto con il principio cattolico della sacralità, e si ispira all’ideale di una esistenza accettabile per qualità e per valori, il che vuol dire umanamente vivibile. Ritiene che ogni individuo abbia pari dignità e che non possano essere tollerate autorità superiori che possano arrogarsi il diritto di scegliere per lui in tutte le questioni che riguardano la sua salute e la sua vita. Nel rispetto più assoluto delle convinzioni religiose dei singoli individui rifiuta l’imposizione di valori «superiori» e vuol garantire a ognuno il diritto di scelte e decisioni personali e ponderate. Il pensiero laico sostiene la tesi della completa umanità della morale, respinge la nozione ontologico-normativa di natura e difende il principio della disponibilità di ogni singola esistenza, fino alle scelte personali più estreme. Essa considera la scienza e la ricerca scientifica come le fonti fondamentali del progresso della società, della quale rappresentano il maggior investimento; i confini dell’autonomia della ricerca scientifica non possono, di conseguenza, essere tracciati da morali religiose ossificate e obsolete, ma debbono dipendere, in modo dialettico, dalla morale di senso comune, il senso collettivo di bene e di male che ci appartiene come esseri umani.

L’etica laica rifiuta ogni mistica della sofferenza e del sacrificio, e non crede nel valore salvifico del dolore; sostiene un’idea funzionalista del concetto di persona umana e ritiene che sia corretto separare, di principio e di fatto, essere umano e persona. Essa accetta il pluralismo non come semplice dato sociologico ma come valore ed è ostile ad ogni limitazione delle libertà individuali e a ogni confusione tra morale e diritto. Infine, oltre a rifiutare ogni ricorso a principi deontologici assoluti, ritiene pienamente legittime pratiche come l’aborto, l’eutanasia, la fecondazione assistita, la donazione di gameti, le indagini genetiche sugli embrioni (e, se volete continuare, la pillola abortiva, il preservativo, l’educazione sessuale, la pillola del giorno dopo, il riconoscimento delle famiglie di fatto, la ricerca sulle cellule staminali embrionali...).

Non c’è dubbio che questo sia un modo diverso di considerare l’esistenza: si contrappongono, ad esempio, il principio di garantire agli individui la miglior qualità di vita possibile e quello che fa della mera durata della vita il criterio dominante delle cure mediche. Ammettere che l’esistenza non è nostra significa assistere impotenti al disfacimento del proprio corpo, nel dolore e nell’angoscia più miserevoli, accettando persino la disgregazione della propria dignità. Credere nella sacralità della vita vuol dire lasciare che nasca un bambino concepito da un stupro o così gravemente malconformato da non poter avere altra esperienza se non quella del dolore. Se accettiamo il principio della cooperatio ad malum non potremo mai utilizzare frutti della ricerca scientifica che abbiano voluto giovarsi di conoscenze ottenute da studi considerati illeciti. Due concezioni del tutto diverse della vita e dell’esistenza di ciascuno di noi, accettare l’una o l’altra significa prenotarsi per percorsi completamente diversi e che in molti casi ci allontaneranno dal resto del mondo.

Come laico ho in grande antipatia il proselitismo, non sto cercando di convincere nessuno. Mi chiedo però per quale ragione, visto che non voglio convincere nessuno a vivere come me, ci siano persone alle quali è consentito costringermi a vivere come loro. Mi chiedo per quale ragione, di questo, non mi sia consentito discutere, nemmeno all’interno di un partito al quale dovrei liberamente aderire.

Vedete compagni, iscriversi a un partito è un modo straordinariamente virtuoso di rinunciare alla propria libertà, sciogliendola in quella di molte altre persone delle quali condividi valori e speranze. Ho sempre condiviso valori e speranze con voi; non riesco a capire cosa potrei condividere con persone che non ritengono neppure di poter discutere con me di cose che io considero fondamentali per la mia vita e la mia libertà, come i miei diritti di persona e di cittadino. Debbo dirvi molto sinceramente, a questo punto, che non vi capisco più.

Al congresso di Firenze, alla fine, piangevano un po’ tutti. Avrei potuto farlo anch’io, non c’ero poi così lontano. Ma era un funerale, il funerale del mio vecchio partito laico e di sinistra, e mi è venuto in mente quello che diceva Alieto Tibuzzi a proposito dei dolori asciutti, che sono più intensi e più rispettosi. Auguri, compagni.

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