giovedì 20 dicembre 2007

Dietro il flop del Papa in Brasile

Dietro il flop del Papa in Brasile
La Stampa del 16 maggio 2007, pag. 35

di Filippo Di Giacomo
Domenica 13 maggio, il settore dell’altare papale riservato ai sacerdoti, alla sinistra del pontefice, era quasi vuoto. Dei 500 posti previsti dagli organizzatori, erano occupati solo una ottantina. Pochi i pastori, pochi i fedeli. Nella piazza erano attesi almeno un milione di pellegrini, ne sono arrivati tra i centocinquantamila e i centosettantamila, il numero abituale di fedeli che frequenta ogni domenica il santuario. Nelle pissidi predisposte per la messa celebrata da Benedetto XVI all’apertura della quinta conferenza generale dell’episcopato latinoamericano, sono state consacrate 400 mila particole; ne sono state distribuite solo la decima parte, circa quarantamila.

Il wojtylismo senza Wojtyla non avrebbe senso
Per chi legge gli eventi del papato tramite lo straordinario sistema di comunicazione, messo a punto da Giovanni Paolo II, costituito dai viaggi pontifici, questa la prima considerazione che si impone: il wojtylismo senza Wojtyla non ha senso e comunque non esiste. I tre viaggi brasiliani di Giovanni Paolo II sono ancora ricordati per i gesti pieni di calore depositati nella memoria di tutti: il bacio alla terra brasiliana, il dono del suo anello ai poveri della favela di Vidigal, gli abbracci ai meninos de rua, la sua richiesta di essere considerato carioca, la sua allegria nel sentirsi nominato gaucho ad honorem...
Benedetto XVI è stato discreto mentre benediceva i fedeli dietro il vetro blindato del monastero di São Bento, è stato protocollare nel colloquio con il presidente Lula, contenuto nell’incontro con i trentacinquemila giovani nello stadio Pacaembu, amabile durante la cerimonia di canonizzazione di Frei Galvão... Ma è stato anche uno straordinario annunciatore e testimone, pacato e lucido, della verità e della libertà evangeliche. Nel discorso ad Aparecida ai vescovi del Celam è stato subito evidente che papa Ratzinger metteva da parte, non considerandoli, i testi preparatori della loro conferenza, imponendo loro con impressionante realismo, un confronto sui fatti e non sulle teorie. La vostra Chiesa, ha detto in modo nemmeno troppo sfumato Benedetto XVI, è in crisi. Sociologicamente avete ancora i grandi numeri, ecclesialmente rischiate di sparire.

Ciò che i gli alti prelati latinoamericani non dicono
Questo dato, sottaciuto dai vescovi latinoamericani di ogni corrente teologica, ha per il Papa tre livelli oggettivi: il confronto con le sfide reali della Chiesa latinoamericana e non con sogni passatisti oppure velleitariamente messianici, la conoscenza della proposta cristiana anche attraverso la mediazione culturale dei grandi documenti sociali della Chiesa, la necessità di immaginare e incardinare nel continente strutture ecclesiali adeguate. La seconda considerazione che si impone riguarda il «popolo di Dio», una realtà che per Papa Benedetto non esiste come qualcosa di acquisito ma si costruisce grazie ad un’azione pastorale animata da persone e strutture che condividono una chiara prospettiva religiosa.
Come dimostra la manifestazione italiana in Piazza San Giovanni, questa è un’opzione ratzingeriana molto forte, e anche nel caso dell’America Latina, chiama in causa e fa scendere in campo i movimenti e le associazioni ecclesiali. Nei giorni brasiliani di Benedetto XVI, essi sono stati dichiarati tutti, indistintamente, anche i più conservatori, «strutture adeguate» alla realtà del Continente. Non era mai successo. Per il Pontefice rappresentano il segno dell’eterna giovinezza della Chiesa, per molti vescovi e teologi latinoamericani sono invece solo un instrumentum regni per continuare a guardare quella parte del mondo con occhi europei, cioè il contrario di quello che tutto il continente chiede da molti anni.

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