lunedì 17 dicembre 2007

Embrioni, i vescovi condannano i giudici

Embrioni, i vescovi condannano i giudici
L'Unità del 26 settembre 2007, pag. 7

di Roberto Monteforte

«I tribunali dovrebbero applicare la legge e giudicare in coerenza con questa... ». Commento secco quello del segretario gene­rale della Cei, monsignor Giuseppe Betori al­la sentenza del tribu­nale di Cagliari che ha ordinato la diagno­si preimpianto su di un embrione congelato da due an­ni di una donna portatrice sana di talassemia. Presentando ai giornalisti il documento conclusivo del Consiglio permanente dei vescovi riunitosi a Roma lo scorso 16 e 17 settembre, il numero due della Cei non ha avuto remore a commen­tare quella sentenza. Il suo è un giudizio durissimo. «È in netto contrasto con la legge 40 sulla fe­condazione assistita che proibisce tale forme di controllo» ha scandi­to. Non solo, sarebbe anche con­tro una sentenza della Corte Costi­tuzionale «sul medesimo argo­mento», che stabiliva l'esatto contrario. Quindi monsignor Betori lancia il suo affondo: «Mi sembra molto strano che un giudice possa giudicare a prescindere da una leg­ge e da una sentenza della Corte Costituzionale, ed emettere poi un giudizio che sconfessa sia la leg­ge, sia la sentenza». Si domanda «quale logica ci sia dietro» e pare sottintendere l'azione di lobby e potentati che punterebbero a met­tere in discussione la legge sulla fe­condazione assistita. È una legge sulla quale la Chiesa fa quadrato. Non deve essere toccata. Così, nel momento in cui il ministro della Sanità deve presentare una relazio­ne sulla sua applicazione, puntua-lizza: «L'abbiamo sempre difesa, sia pure con le sue imperfezioni. Non abbiamo nessuna intenzione di ritornarci sopra». Una presa di posizione che suscita reazioni polemiche. La definisco­no «un'istigazione all'aborto» i ra­dicali Marco Cappato e Rocco Berardo, dell'associazione Luca Coscioni: «Se il Vaticano pretende di impedire una diagnosi preimpian­to dell'embrione - sostengono - va da sé che costringe la donna ad una diagnosi prenatale sul feto e di conseguenza l'ultima scelta pos­sibile, l'aborto terapeutico». «La normalità di un paese laico in Italia è un miraggio» commenta Glo­ria Buffo (SD). «Per fortuna - ag­giunge - in Italia i giudici non ri­spondono ancora ai vescovi. Solo al diritto».



Sul tema dei cosiddetti «valori non negoziabili» la Chiesa tiene duro. Sarà sui comportamenti con­creti, sulle scelte legislative e sugli orientamenti culturali delle forze politiche piuttosto che sulle «ap­partenenze» che giudicherà i parti­ti. E sarà così, assicura Betori, an­che per il nascente Partito demo­cratico. Non che se ne sia discusso al Consiglio permanente. «Credo non stia nelle competenze dei ve­scovi stabilire la natura del partito e chi può starci» spiega. «Su que­sto - ha osservato - penso che il Pd sarà giudicato come tutti gli altri partiti».


Resta il giudizio preoccupato sulla situazione dell'Italia, paese «diso­rientato», e sulla credibilità in crisi della politica denunciata nella sua prolusione il presidente della Cei, arcivescovo Bagnasco. Si lamenta la perdita dell'ethos condiviso, ma i vescovi «non sentono di dover cavalcare l'ondata di antipolitica». E un no secco e preoccupato alla li­nea Grillo. Ai politici, però, invia­no un messaggio preciso. Chiedo­no «sempre maggiore coerenza, al­l'interno di una vita politica che va rigenerata». Invitano a valoriz­zare e a non demonizzare o emar­ginare «la tradizione cattolica». Sugli scandali sessuali che hanno coinvolto ecclesiastici la Chiesa «non ha paura di dimostrare la ve­rità» e soprattutto «non resta inerte». Lo assicura Betori. «Si agisce sia sul versante preventivo, sia su eventuali comportamenti che ri­guardano i suoi membri». Detto questo la Cei fa muro a difesa di monsignor Claudio Maniago, il ve­scovo ausiliare di Firenze. E mette in guardia dal «trarre sentenze» al­l'apertura delle indagini: sarebbe «incauto». «A meno che - sottoli­nea Betori - non si voglia far passa­re nell'opinione pubblica una con­danna preventiva senza fonda­mento». «A chi giova non ricerca­re la verità? - si domanda - Non cer­to alla Chiesa, visto che l'unica sentenza su don Cantini l'ha emes­sa la Chiesa fiorentina».

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