domenica 16 dicembre 2007

fondamentalismo monoteista: Uccisi cinque barbieri. Seguivano la moda

CORRIERE DELLA SERA, 8 febbraio 2005

Uccisi cinque barbieri. Seguivano la moda

Avevano sfidato gli estremisti che vogliono barbe lunghe secondo i precetti islamici

Farina Michele

Non faceva l' interprete per gli infedeli, Abdul Hussein. Non era poliziotto, non lavorava come operaio in una base Usa, non era un ingegnere contractor o un uomo politico cui la guerriglia poteva affibbiare il delirante marchio di «collaborazionista». Abdul Hussein aveva 20 anni ed è morto perché faceva il barbiere. Non è il primo a finire così, con il rasoio in mano e una raffica di mitra in faccia. Qualche mese fa i marines nel Triangolo Sunnita chiesero l' invio di parrucchieri dall' America: quelli locali erano più economici (un dollaro a taglio) ma venivano puntualmente assassinati quando, finito il lavoro, uscivano dalle basi militari intorno a Falluja. L' estate scorsa un barbiere nel quartiere di Al Mansur a Bagdad fu ucciso perché accoglieva clienti americani. Abdul Hussein però non aveva mai tagliato un pelo che non fosse iracheno. Viveva a Doura, una zona mista sciiti-sunniti a sud di Bagdad infestata da estremisti baathisti e combattenti arabi fuggiti da Falluja, un posto da cui gli ultimi stranieri in circolazione, ingegneri tedeschi che lavoravano per riattivare la centrale elettrica, fuggirono una notte del giugno scorso senza avvertire nessuno. Il 27 gennaio Abdul Hussein era nella sua bottega. Stava rasando Imad Hammad, ingegnere di 26 anni. Un uomo con la kefiah sul volto è entrato e ha aperto il fuoco, uccidendo Abdul e ferendo alla pancia il cliente. Il padre di Imad accusa gli estremisti stranieri, i tagliatori di teste e di barbe del «salone Zarkawi» che vorrebbero imporre in Iraq il modello talebano. La madre di Abdul ha raccontato all' Associated Press che suo figlio aveva subito pressioni e minacce. «Smettila di tagliare la barba alla gente o morirai». Secondo una stretta interpretazione dei dettami dell' Islam, gli uomini devono avere la barba lunga. Nella zona di Doura, gli stessi islamisti sunniti che invano hanno dichiarato guerra al voto (la gente è andata ai seggi malgrado un paio di kamikaze) hanno preso di mira non solo le chiese cristiane (quattro attentati) ma anche gli «empi» barbieri musulmani. In un mese ne hanno uccisi cinque. In tutte le botteghe vengono recapitate le regole dei coiffeur della Jihad. Sono stati dichiarati fuorilegge pizzetti e basette, le pettinature all' occidentale come le chiome troppo lunghe. Wesam Noori, 19 anni, studente all' Accademia dell' arte, vive a Doura e non esce mai a capo scoperto. Più che una moda, è questione di vita o di morte. «Cerchiamo di nascondere le ciocche sotto berretti da baseball o cappelli di lana». Sul filo del rasoio. A Doura arrivò la prima bomba americana all' inizio della guerra, quando la Cia pensava che Saddam Hussein si nascondesse nella fattoria della figlia. A Doura Jalal, che osa fare l' interprete per un giornalista occidentale, dice in giro che lavora al ministero della Giustizia. A Doura molti barbieri sono entrati in clandestinità. Ali Hussein, 25 anni, dice che il rischio è troppo alto. «Ci hanno mandato volantini in cui addirittura proibiscono di appendere i poster con i modelli e le nuove acconciature». Ali ha chiuso bottega. Adesso riceve su appuntamento, rade e taglia capelli nel soggiorno di casa, con le tende tirate. Non è un eroe, è solo un barbiere braccato: «Per vivere devo lavorare». Di nascosto. Ali è la faccia di un Iraq che ha paura. Un suo collega di Bagdad, stesso nome e stessa età, si lamentava qualche giorno fa: pochi clienti, devo chiudere presto perché la gente teme la criminalità. E poi c' è «l' eterno problema di noi barbieri, che stando in piedi tutto il giorno soffriamo di vene varicose». Abdul Hussein e gli altri quattro ammazzati a Doura non avrebbero desiderato altro: beate malattie professionali, miraggio di normalità.

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