lunedì 17 dicembre 2007

Non molto tempo fa la Chiesa era anche contro il parto cesareo

Non molto tempo fa la Chiesa era anche contro il parto cesareo
13/05/2005 | Il Riformista
Franca Bimbi
Nel 1833, a Bologna, su sollecitazione della Curia della città, si aprì un celebre processo contro un giovane medico accusato di aver procurato la morte di una donna intervenendo con taglio cesareo. Il medico fu assolto perché riuscì a dimostrare che si era trattato di cesareo post mortem nel tentativo di salvare il nascituro, anch'esso comunque nato morto. La chiesa, ancora per qualche decennio, tentò di riservarsi il diritto di far intervenire il prete prima o al posto del medico. La dottrina corrente prediligeva la salvezza dell'anima del nascituro alla vita della madre: alla puerpera era richiesto di accettare esplicitamente e «liberamente» la sua certa morte per permettere al bambino di nascere onde venir battezzato o al prete di introdurre in utero un marchingegno atto a versare acqua battesimale sul feto ancora vitale. La dottrina del Limbo - considerata degna di fede sino al Concilio Vaticano II - relegava le anime dei morti in fase perinatale, non battezzati,in una condizione eterna di non salvezza. Quest'impostazione dottrinale, finché possibile tradotta anche in vincolo giuridico, si è confrontata per più di due secoli, dalla fine del Seicento in avanti, con un conflitto interno alla medicina, tra i fautori del taglio cesareo e i suoi detrattori, fautori del parto spontaneo, o comunque ottenuto senza aiuti chirurgici radicali. Quale metodo dava una maggior probabilità di sopravvivenza della madre e del bambino? Francesco Rizzoli,un nome ben noto anche ai bolognesi di oggi, a seguito dell'episodio traumatico che aveva messo a rischio tutta la sua vita professionale, si impegnò nella ricerca di metodi alternativi a quello chirurgico e mise a punto quella manovra manuale di rivolgimento del feto, ancor oggi usata, che chiamò «parto artificiale istantaneo». Questo è uno dei tanti episodi della storia della medicina in cui, attorno alla vita nascente e sul corpo della donna, si scontrano da una parte due o più ipotesi di ricerca e di cura prodotte dalla comunità scientifica, dall'altra la dottrina della chiesa. Per quel che riguarda la medicina, sappiamo oggi che ambedue le strade erano necessarie per impostare correttamente la scienza e la pratica ostetrica. Come Rizzoli, molti medici praticarono cesarei con risultati alterni per le madri e i nascituri e, allo stesso tempo, si impegnarono per migliorare le metodiche del parto naturale, anche qui con alterni risultati. Scienziati e medici dimostrarono, anche attraverso feroci polemiche scientifiche sulle differenti opzioni, che successi e insuccessi lastricano sempre la via della ricerca scientifica e delle pratiche di cura dei corpi: un terreno dove non si confrontano verità assolute, bensì ipotesi sperimentali e probabilità concrete di successo.

Attorno a loro, e al letto (man mano al lettino da parto) della donna, fiorirono le polemiche filosofiche, teologiche e politiche: sull'immutabilità o meno delle leggi naturali, sul diritto di decidere e sui limiti della vita e della morte, sul pericolo della corruzione dei costumi per l'invasione del medico e della sua tecnica nel campo riservato alla disciplina delle anime, sulla necessità di far prevalere la salute dei corpi o la salvezza delle anime.

Lo stato moderno, in Occidente, ha impiegato qualche secolo a diventar garante della salute dei cittadini, appropriandosi della giurisdizione sui corpi dei vivi, dei morenti e dei morti, mentre i cittadini hanno guadagnato sempre più diritti nel campo delle decisioni e delle scelte relative. Sul piano giuridico la medicina ha sottratto alla chiesa il diritto (in termini di legislazione positiva) di stabilire chi, come e con cosa si debba intervenire nei parti pericolosi e in tutte le contingenze del rischio di morte: le legislazioni sull'inizio e la fine della vita hanno subito, e preannunciato, le vicissitudini della separazione tra stato e chiesa, tra le competenze di cura dei corpi e quelle delle anime.

Nel tempo, l'intreccio tra tecnologie della vita, etica del trattamento dei limiti della vita e della morte, rapporti tra la libertà del singolo, diritti di salute e di cura, e regole giuridiche, si è caricato di nuovi contenuti, e il dibattito si è allargato anche a cerchie di non addetti ai lavori: siamo in una società dell'informazione (talvolta della dis-informazione) e i cittadini sono sempre più riflessivi, competenti e decisi ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte (talvolta più manipolati).

Gli ambiti delle questioni di frontiera, mediche, morali e giuridiche, sulla vita e la morte, l'informazione, la decisione e le competenze sulle regole, si sono dilatati, ma i nodi restano quasi gli stessi. La ricerca medica e la medicina pretendono oggi, parlando attraverso organismi internazionali ad hoc (Oms), che salute significhi non solo assenza di malattia ma anche benessere psicofisico, cercano l'alleanza dei malati o dei clienti potenziali delle tecnologie di cura per estendere le sfere d'intervento e la loro credibilità. La Santa Sede in quegli stessi organismi contrasta fieramente le concettualizzazioni estensive delle competenze mediche e dei diritti individuali che, soprattutto nell'ambito dei diritti riproduttivi, invaderebbero il campo della cura delle anime e/o di ciò che la chiesa cattolica ritiene esser pertinenza della morale naturale, rispecchiata nella sua dottrina.

Se confrontiamo la parabola della storia del cesareo con il dibattito sulla Legge 40 e il relativo referendum, non è difficile prevedere che, per quel che riguarda la ricerca sulle cellule staminali e la fecondazione assistita, tra trent'anni, o forse prima, i nostri nipoti sorrideranno più o meno amaramente ricordando un'altra storica occasione persa dalla chiesa per distinguere, nel suo messaggio, la salute del corpo dalla salvezza delle anime. Presentando all'obbedienza dei fedeli e alla riflessione razionale dei laici, come fossero contenuti della fede e argomentazioni incontrovertibili, quelli che sono paradigmi filosofici e teologici contingenti (ieri la teoria del Limbo, oggi una teoria pseudo-evoluzionista che considera l'ovulo appena fecondato come persona umana), la chiesa pretende di farsi garante, allo stesso tempo, dei mezzi di salvezza delle anime e delle ipotesi di cura dei corpi. E' normale che una religione, o comunque un sistema di credenze, si impegni a convincere i singoli, l'opinione pubblica e i legislatori, della necessità di proteggere valori superiori a quelli del bene del corpo, della salute fisica e persino della vita: la capacità di morire per la propria fede, e di trascendere le proprie contingenze, è propria della moralità intrinseca dell'essere umano.

Perciò appaiono giusti la riflessione e il confronto costante sul senso del limite nell'affrontare i temi dell'inizio della vita e della morte, come pure la sollecitazione a non tradurre la cura di sé in un narcisismo autoreferenziale ignaro dei bisogni dell'altro più debole (il nascituro, il povero che non può permettersi cure costose..). Ma la storia dimostra che non giova alla religione voler imporre, attraverso le leggi dello stato, una dottrina filosofica, una ipotesi scientifica, e persino un metodo di cura tra i molti in campo. Come il no al cesareo di ieri, quelli di oggi - alla pillola, al preservativo, alla fecondazione assistita, alla ricerca sugli embrioni - fanno toccar con mano che tutte le volte che la chiesa è scesa nel dettaglio del dibattito sulla salute riproduttiva e sulla sperimentazione sul corpo, dalle sue prescrizioni dottrinali sono emersi soprattutto i pregiudizi antiscientifici degli uomini di chiesa e la diffidenza verso l'assunzione di responsabilità morale da parte delle donne e degli uomini rispetto ai dilemmi loro vita affettiva, personale, nproduttiva.

Il timore dei rischi della libertà si confonde così con la paura della presa di responsabilità da parte dei singoli e della società. L'allarme per la caduta dei valori e per l'incombente catastrofe della morale pubblica e privata, specialmente relativa alla famiglia, alla sessualità e alla procreazione, si ripresenta in ogni epoca di forti cambiamenti sociali, economici e geopolitici, avvicinando i conservatori di ogni tendenza ideale, religiosa e politica. Il dibattito pubblico, il confronto di opinioni, l'informazione non ideologizaata, sono, soprattutto in democrazia, antidoti alla paura e, anche, garanzie per una vita spirituale più capace di purificarsi dalle scorie del conformismo e dalla soggezione a verità preconfezionate.

Per questi motivi i cittadini, i politici, i partiti, le chiese, dovrebbero preferire la fatica del dialogo sui principi e la negoziazione amorevole sulle regole, piuttosto che il taglio dei nodi di Gordio attraverso la spada della legge.

Per questi stessi motivi, la chiesa cattolica avrebbe fatto meglio ad assumersi la responsabilità di spingere soprattutto i credenti a partecipare al voto sul referendum, interpretandolo come momento forte di confronto con «il mondo» e le sue pretese. Il calcolo politico sull'astensionismo potrebbe far vincere a chi si considera un cattolico ortodosso «verace» la guerricciola sulla legge 40, ma non potrà fermare né la ricerca né lo sviluppo di nuove tecnologie della salute. Sicuramente l'astensionismo farà perdere ai cristiani del no e del sì una occasione per testimoniare, anche da fronti opposti, che la loro unità sui principi etici di fondo, ispirati dalla fede nella Resurrezione, resta salda al di là delle loro opzioni politiche, delle divisioni sulle contingenze dei costumi sessuali, e dei normali conffitti attorno alle sempre opinabili ipotesi che si dibattono in campo scientifico.

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