giovedì 20 dicembre 2007

Quando è un vescovo a chiedere più laicità (agli altri)

Quando è un vescovo a chiedere più laicità (agli altri)

Il Riformista.it del 20 dicembre 2007

di Anna Momigliano
Il dibattito sulla costituzione israeliana era già abbastanza acceso di per sé, ancora prima che parlasse un alto rappresentante del Vaticano. Per più di mezzo secolo Israele ha tirato avanti senza una costituzione, ma l’obiettivo (ormai wishful thinking) sarebbe avere un documento scritto per il sessantesimo anniversario dell’Indipendenza, il prossimo maggio. Solo che la Knesset, il parlamento unicamerale di Gerusalemme che ora ha assunto anche le funzioni di assemblea costituente, si è arenata da mesi sul preambolo: inserire o non inserire un richiamo alle radici ebraiche? E, se sì, in che termini? Il dilemma ricorda molto la vicenda del Trattato europeo e delle radici cristiane che tanto ha diviso laici e devoti nel nostro paese. Al tempo, lo stesso pontefice Benedetto XVI aveva lanciato un appello per un richiamo al Cristianesimo nel Trattato costituzionale.
Eppure ieri Michel Sabbah, vescovo della Chiesa cattolica e patriarca latino a Gerusalemme, ha chiesto a Israele di rinunciare alla propria identità religiosa: «Se uno Stato appartiene a una sola religione, le altre fedi si ritrovano automaticamente discriminate», ha detto Sabbah nell’annuale conferenza stampa che tiene a Gerusalemme prima delle feste natalizie. E ancora: «Questa terra non può appartenere in esclusiva a nessuno». Il vescovo cattolico non ha mai fatto un riferimento esplicito al dibattito costituzionale, ma l’edizione online del quotidiano progressista Haaretz riportava che «ha detto che Israele dovrebbe abbandonare il proprio carattere ebraico» a favore di un modello politico più laico. Sabbah ha parlato anche del processo di pace, sostenendo che la responsabilità grava tutta su Israele: «Spero che con Annapolis si entri in una nuova fase, ma la decisione spetta a Israele. Se Israele vuole la pace, ci sarà la pace». Ma sono state le sue dichiarazioni sull’identità ebraica a provocare la reazione più forte: «Rifiutiamo l’accusa che le altre religioni non godano di pari diritti in Israele», ha ribattuto subito il ministero degli Esteri.
Questo ultimo incidente diplomatico arriva in un momento in cui le relazioni tra il Vaticano e Gerusalemme non sono particolarmente distese: lo stesso Sabbah ha ricordato ieri il problema di alcuni visti negati a preti cattolici, mentre lunedì l’agenzia di stampa cattolica Asia News denunciava la «mancanza di progressi» nella Commissione mista tra Israele e Vaticano che dovrebbe migliorare le condizioni della popolazione cristiana, e aggiunge che «attualmente non ci sono le condizioni” per un pellegrinaggio di Benedetto XVI». La stessa agenzia di stampa riconosce che la condizione dei cristiani nei Territori palestinesi è peggiore che in Israele. Secondo un sondaggio pubblicato a ottobre da Haaretz il 75 per cento degli arabi israeliani sarebbero favorevoli a una costituzione che riconosca l’identità ebraica di Israele, purché specifichi anche il carattere democratico dello Stato.

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